Dalla crisi mediorientale alla ridefinizione della competizione globale
Il sistema internazionale sta attraversando una fase di profonda trasformazione nella quale la competizione tra le grandi potenze si sviluppa simultaneamente su più teatri geografici. La guerra in Ucraina, le tensioni nel Mar Cinese Meridionale, la crescente instabilità del Medio Oriente, la riorganizzazione delle alleanze africane e il rafforzamento della presenza cinese nell’Oceano Indiano sono fenomeni che, pur apparentemente distinti, possono essere interpretati come elementi di un’unica dinamica geopolitica: la progressiva transizione da un ordine internazionale unipolare, dominato dagli Stati Uniti dopo il 1991, a un sistema maggiormente multipolare nel quale Russia e Cina rivendicano un ruolo crescente.
Negli ultimi anni il Medio Oriente ha rappresentato uno dei principali teatri di questa competizione. L’intensificarsi delle tensioni tra Israele e Iran, il ruolo assunto dagli attori non statali sostenuti da Teheran e la crescente vulnerabilità delle rotte commerciali nel Mar Rosso hanno modificato profondamente gli equilibri regionali. Numerosi analisti ritengono che questi sviluppi abbiano imposto agli Stati Uniti e ai loro alleati una revisione delle priorità strategiche, pur esistendo interpretazioni differenti sulle conseguenze di tale evoluzione.
Secondo una scuola di pensiero, le difficoltà incontrate nel limitare l’influenza iraniana avrebbero rafforzato l’interesse occidentale verso altri teatri nei quali contenere indirettamente l’espansione geopolitica di Russia e Cina. Altri studiosi, invece, sottolineano che la strategia occidentale nei confronti dell’Africa e dell’Indo-Pacifico era già stata delineata ben prima delle più recenti crisi mediorientali, nell’ambito della competizione strutturale con Pechino e Mosca.
In ogni caso, è evidente che Africa, Myanmar e Stretto di Malacca occupano oggi una posizione sempre più centrale nella geografia strategica mondiale.
L’Africa torna al centro della geopolitica mondiale
Per oltre due decenni, dopo la fine della Guerra Fredda, l’Africa è stata considerata principalmente come un teatro secondario della politica internazionale, spesso osservata attraverso la lente della cooperazione allo sviluppo, della lotta al terrorismo o delle missioni di peacekeeping.
Negli ultimi quindici anni questa prospettiva è cambiata radicalmente.
L’Africa è tornata a essere uno dei principali terreni della competizione tra grandi potenze.
Le ragioni sono molteplici.
Innanzitutto il continente possiede una quota crescente delle materie prime considerate strategiche per la transizione energetica mondiale.
Cobalto.
Litio.
Manganese.
Rame.
Terre rare.
Grafite.
Uranio.
Petrolio.
Gas naturale.
Molti di questi minerali sono fondamentali per la produzione di batterie, semiconduttori, tecnologie digitali, turbine eoliche, pannelli fotovoltaici e sistemi militari avanzati.
Chi controlla l’accesso a queste risorse dispone di un vantaggio significativo nella competizione economica del XXI secolo.
La presenza cinese in Africa
Nessun Paese ha modificato il panorama africano quanto la Cina.
Attraverso la Belt and Road Initiative (BRI), Pechino ha finanziato negli ultimi due decenni:
- porti;
- ferrovie;
- aeroporti;
- dighe;
- reti elettriche;
- autostrade;
- zone industriali.
L’approccio cinese si distingue da quello occidentale soprattutto per il forte investimento nelle infrastrutture materiali, accompagnato da prestiti e accordi economici di lungo periodo.
Per Pechino, l’Africa non rappresenta soltanto un mercato di oltre un miliardo di consumatori.
È anche una fonte di approvvigionamento essenziale per sostenere la propria industria manifatturiera.
Inoltre, la crescente presenza nei porti africani contribuisce a rafforzare le rotte marittime che collegano l’Asia all’Europa attraverso l’Oceano Indiano e il Canale di Suez.
Il ritorno della Russia nel continente africano
Parallelamente alla Cina, anche la Russia ha rafforzato significativamente la propria presenza diplomatica, economica e militare in numerosi Paesi africani.
Mosca ha puntato soprattutto su:
- cooperazione militare;
- vendita di armamenti;
- addestramento delle forze locali;
- accordi energetici;
- cooperazione nucleare civile.
In diversi Stati del Sahel, caratterizzati da instabilità politica e dalla presenza di gruppi jihadisti, i governi militari hanno progressivamente ridotto la cooperazione con alcune potenze occidentali, cercando nuovi partner internazionali.
Questo cambiamento viene interpretato da alcuni osservatori come un segnale della crescente influenza russa nel continente; altri evidenziano invece che le dinamiche locali, le crisi istituzionali e le esigenze di sicurezza interna rappresentano fattori altrettanto determinanti.
Il Sahel: il cuore della nuova competizione
Negli ultimi anni il Sahel è diventato uno dei principali teatri della competizione geopolitica.
Mali.
Burkina Faso.
Niger.
Questi Paesi occupano una posizione strategica non soltanto per motivi militari.
Essi controllano importanti risorse minerarie.
Rappresentano inoltre un corridoio geografico tra l’Africa mediterranea, quella occidentale e quella centrale.
L’uranio del Niger, ad esempio, ha assunto per decenni un ruolo rilevante nell’approvvigionamento energetico europeo.
La progressiva ridefinizione delle relazioni politiche nella regione ha quindi assunto un significato che va ben oltre la dimensione locale.
Le risorse strategiche africane
La rivoluzione digitale e la transizione energetica hanno trasformato completamente il valore geopolitico delle materie prime.
Nel Novecento il petrolio rappresentava la principale risorsa strategica.
Oggi il quadro è molto più articolato.
La produzione di:
- batterie;
- microprocessori;
- veicoli elettrici;
- sistemi radar;
- missili;
- intelligenza artificiale;
richiede enormi quantità di minerali critici.
L’Africa possiede una parte significativa delle riserve mondiali.
Per questa ragione il continente è destinato a rimanere uno dei principali teatri della competizione economica globale.
L’Oceano Indiano: il nuovo baricentro della geoeconomia
Parallelamente all’Africa, anche l’Oceano Indiano ha acquisito una rilevanza strategica crescente.
Oltre l’80% del commercio mondiale viaggia ancora via mare.
Le principali rotte commerciali collegano:
- Golfo Persico;
- Mar Rosso;
- Canale di Suez;
- Oceano Indiano;
- Stretto di Malacca;
- Mar Cinese Meridionale.
Qualsiasi interruzione di questi collegamenti produce effetti immediati sull’economia mondiale.
Per questo motivo le grandi potenze stanno rafforzando la propria presenza navale nell’area.
Myanmar: molto più di una crisi interna
Nel dibattito mediatico occidentale il Myanmar viene spesso descritto quasi esclusivamente attraverso la sua instabilità politica e la guerra civile.
Dal punto di vista geopolitico, tuttavia, il Paese riveste un’importanza molto più ampia.
Esso rappresenta infatti il principale collegamento terrestre tra la Cina sud-occidentale e l’Oceano Indiano.
Questa posizione geografica ha trasformato il Myanmar in uno dei pilastri della strategia cinese.
Il corridoio economico Cina-Myanmar
Negli ultimi anni Pechino ha investito ingenti risorse nello sviluppo del China–Myanmar Economic Corridor (CMEC), uno dei corridoi della Belt and Road Initiative.
L’obiettivo è creare una connessione stabile tra la provincia cinese dello Yunnan e il porto di Kyaukpyu, affacciato sul Golfo del Bengala.
Questo progetto comprende:
- autostrade;
- ferrovie;
- oleodotti;
- gasdotti;
- infrastrutture portuali;
- aree industriali.
Dal punto di vista strategico, il corridoio consente alla Cina di ridurre, almeno in parte, la dipendenza esclusiva dalle rotte marittime che attraversano lo Stretto di Malacca.
Non sostituisce completamente tale passaggio, ma contribuisce a diversificare le vie di approvvigionamento energetico e commerciale.
Il “Malacca Dilemma”
L’ex presidente cinese Hu Jintao definì anni fa la vulnerabilità delle rotte marittime cinesi come il “Malacca Dilemma”.
Una quota molto rilevante delle importazioni energetiche e delle esportazioni manifatturiere della Cina attraversa infatti lo Stretto di Malacca, uno dei più importanti choke point marittimi del pianeta.
In caso di crisi internazionale, qualsiasi interruzione prolungata di questo passaggio potrebbe produrre conseguenze economiche significative.
Per questa ragione Pechino ha progressivamente sviluppato numerose rotte alternative:
- corridoio Cina-Pakistan (CPEC);
- corridoio Cina-Myanmar;
- nuove infrastrutture ferroviarie eurasiatiche;
- sviluppo delle rotte artiche, laddove praticabili;
- ampliamento delle capacità portuali lungo l’Oceano Indiano.
Africa e Myanmar: due tasselli della stessa strategia?
Numerosi analisti ritengono che le dinamiche osservabili in Africa e nel Sud-est asiatico siano strettamente collegate.
Da una parte, la Cina cerca di assicurarsi risorse strategiche e vie commerciali sicure.
Dall’altra, gli Stati Uniti e i loro partner rafforzano la cooperazione con diversi Paesi dell’Indo-Pacifico e dell’Africa nell’ambito di una più ampia strategia di competizione con Pechino.
Questa competizione non riguarda soltanto la dimensione militare.
Coinvolge:
- infrastrutture;
- commercio;
- investimenti;
- tecnologia;
- catene di approvvigionamento;
- sicurezza energetica;
- controllo delle rotte marittime.
La geografia torna quindi a occupare un ruolo centrale nella politica internazionale.
Se durante la fase della globalizzazione sembrava che i confini avessero progressivamente perso importanza, gli sviluppi degli ultimi anni mostrano invece come porti, stretti marittimi, corridoi ferroviari e infrastrutture energetiche siano nuovamente divenuti strumenti fondamentali della competizione tra grandi potenze.
L’evoluzione della competizione strategica tra le grandi potenze mostra come il confronto geopolitico del XXI secolo non si sviluppi più esclusivamente attraverso conflitti diretti, ma soprattutto mediante il controllo delle infrastrutture, delle rotte commerciali, delle catene logistiche e dei cosiddetti choke points, cioè quei passaggi obbligati attraverso i quali transita una quota significativa del commercio mondiale.
Se il XX secolo fu caratterizzato dalla centralità del Canale di Suez, dello Stretto di Hormuz e delle grandi rotte petrolifere del Golfo Persico, il XXI secolo vede emergere con forza un sistema molto più articolato nel quale Africa orientale, Oceano Indiano, Myanmar e Stretto di Malacca assumono un’importanza crescente nella competizione tra Stati Uniti, Cina e Russia.
Lo Stretto di Malacca: il punto più vulnerabile della globalizzazione cinese
Tra Singapore, Malesia e Indonesia si trova uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta.
Lo Stretto di Malacca rappresenta il collegamento naturale tra Oceano Indiano e Mar Cinese Meridionale.
Ogni anno migliaia di navi commerciali attraversano questo corridoio.
Una parte considerevole del commercio mondiale.
Una quota rilevante delle esportazioni manifatturiere cinesi.
Una parte significativa delle importazioni energetiche provenienti dal Golfo Persico.
Per la Repubblica Popolare Cinese questo passaggio costituisce contemporaneamente una straordinaria opportunità economica e una potenziale vulnerabilità strategica.
È proprio questa vulnerabilità ad avere guidato gran parte della pianificazione geoeconomica di Pechino negli ultimi vent’anni.
Il “Malacca Dilemma” e la strategia cinese
Fin dai primi anni Duemila la leadership cinese ha riconosciuto il rischio derivante da una forte dipendenza da un’unica rotta marittima.
Da qui nasce il cosiddetto Malacca Dilemma.
In caso di grave crisi internazionale, un’interruzione prolungata del traffico nello stretto potrebbe incidere sulla sicurezza energetica e commerciale della Cina.
Per ridurre questo rischio, Pechino ha perseguito una strategia di diversificazione delle rotte che comprende:
- il Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), con accesso al porto di Gwadar;
- il China-Myanmar Economic Corridor, che collega lo Yunnan al porto di Kyaukpyu;
- il potenziamento delle connessioni ferroviarie eurasiatiche;
- investimenti in porti nell’Oceano Indiano e lungo la Belt and Road Initiative;
- interesse crescente per le rotte artiche, qualora rese più accessibili dai cambiamenti climatici.
L’obiettivo non è eliminare il ruolo di Malacca – impresa oggi irrealistica – ma ridurre il rischio che un singolo punto di strozzatura possa compromettere la continuità degli approvvigionamenti.
L’Indo-Pacifico come fulcro della strategia occidentale
Negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno progressivamente ridefinito la propria strategia globale, attribuendo un’importanza crescente all’Indo-Pacifico. Documenti strategici pubblici, come l’Indo-Pacific Strategy, identificano la regione come prioritaria per la sicurezza e la competizione con la Cina.
In questo contesto si inseriscono iniziative quali:
- il rafforzamento del dialogo strategico del Quad (Stati Uniti, India, Giappone e Australia);
- la cooperazione nell’ambito dell’AUKUS tra Australia, Regno Unito e Stati Uniti;
- il consolidamento dei rapporti con partner regionali del Sud-est asiatico;
- l’aumento delle esercitazioni navali congiunte e della presenza marittima.
Secondo diversi analisti, tali iniziative mirano a preservare la libertà di navigazione e a mantenere un equilibrio strategico nella regione; altri vi leggono anche una più ampia strategia di contenimento dell’espansione dell’influenza cinese.
Il ruolo dell’India
In questa trasformazione geopolitica assume un’importanza crescente anche l’India.
Nuova Delhi occupa una posizione geografica privilegiata.
Controlla l’accesso all’Oceano Indiano.
Si trova in prossimità delle principali rotte energetiche provenienti dal Golfo.
Confina direttamente con la Cina.
Negli ultimi anni l’India ha sviluppato relazioni sempre più strette con gli Stati Uniti e con numerosi partner occidentali, pur mantenendo una politica estera che tende a preservare ampi margini di autonomia.
La sua partecipazione al Quad e il rafforzamento delle capacità navali nell’Oceano Indiano riflettono l’importanza crescente attribuita alla sicurezza marittima e alla tutela delle rotte commerciali.
L’Africa orientale e il Mar Rosso
Un’altra regione che sta acquisendo un peso strategico crescente è l’Africa orientale.
Paesi come:
- Gibuti;
- Kenya;
- Tanzania;
- Mozambico;
- Somalia;
occupano una posizione fondamentale lungo la direttrice che collega il Canale di Suez all’Oceano Indiano.
Negli ultimi anni questa regione ha attirato investimenti da parte di numerosi attori internazionali.
La Cina ha sviluppato infrastrutture portuali e ferroviarie.
Gli Stati Uniti mantengono una presenza militare significativa.
Le monarchie del Golfo hanno investito in porti e logistica.
Anche India, Turchia e diversi Paesi europei hanno rafforzato la propria presenza economica e diplomatica.
Ciò riflette il crescente valore attribuito ai collegamenti tra Mediterraneo, Mar Rosso e Oceano Indiano.
Il Medio Oriente e la ridefinizione delle priorità strategiche
Gli sviluppi in Medio Oriente hanno avuto ripercussioni anche sulla pianificazione strategica globale.
Gli attacchi contro il traffico commerciale nel Mar Rosso, le tensioni legate allo Stretto di Hormuz e il ruolo dell’Iran nella regione hanno evidenziato quanto le rotte energetiche e commerciali restino vulnerabili.
Alcuni commentatori interpretano questi eventi come un elemento che ha spinto le potenze occidentali a rafforzare l’attenzione verso altri nodi strategici, tra cui l’Indo-Pacifico e l’Africa. Altri osservano invece che tale riallocazione di risorse e attenzione era già in corso da anni, soprattutto in relazione alla crescente competizione con la Cina.
In ogni caso, è evidente che le crisi regionali e la competizione globale si influenzano reciprocamente.
Geoeconomia e nuove forme di competizione
La competizione contemporanea non si limita più al confronto militare.
Le grandi potenze competono attraverso:
- investimenti infrastrutturali;
- controllo delle filiere produttive;
- accesso alle materie prime critiche;
- tecnologia;
- standard industriali;
- finanza;
- energia;
- trasporti marittimi.
In questo quadro, l’Africa assume un ruolo cruciale sia come fornitore di risorse sia come mercato emergente, mentre Myanmar e Stretto di Malacca rappresentano snodi logistici fondamentali per il commercio asiatico.
La centralità delle infrastrutture
Un porto moderno può oggi avere un’importanza strategica paragonabile a quella che un tempo aveva una base militare.
Lo stesso vale per:
- reti ferroviarie;
- oleodotti;
- gasdotti;
- cavi sottomarini;
- reti digitali;
- impianti energetici.
La Belt and Road Initiative cinese, il Global Gateway dell’Unione Europea e il Partnership for Global Infrastructure and Investment promosso dal G7 riflettono approcci differenti alla competizione infrastrutturale globale.
Il ritorno della geografia
Per molti anni si è sostenuto che la globalizzazione avrebbe ridotto il peso della geografia.
Gli eventi degli ultimi anni sembrano suggerire il contrario.
Mari.
Porti.
Stretti.
Corridoi ferroviari.
Miniere.
Terminal energetici.
Sono tornati al centro della politica internazionale.
In questo senso, il pensiero di studiosi come Halford Mackinder e Nicholas Spykman continua a essere richiamato nel dibattito geopolitico contemporaneo, pur in un contesto profondamente diverso da quello del XX secolo.
Verso un ordine multipolare?
L’intensificarsi della competizione tra Stati Uniti, Cina e Russia viene spesso interpretato come una delle manifestazioni della transizione verso un sistema internazionale più multipolare.
Tale processo non implica necessariamente la sostituzione di un’unica potenza egemone con un’altra, bensì l’emergere di una pluralità di centri di potere economico, tecnologico e militare.
In questo scenario, l’Africa e l’Indo-Pacifico non sono semplicemente aree periferiche, ma spazi nei quali si intrecciano interessi energetici, commerciali, tecnologici e strategici.
Una nuova frontiera geopolitica e geostrategica
Gli sviluppi osservabili in Africa, nel Myanmar e nello Stretto di Malacca mostrano come la competizione geopolitica contemporanea sia sempre meno concentrata su un unico teatro e sempre più distribuita lungo le principali direttrici della geoeconomia globale.
La crescente attenzione verso questi spazi riflette la loro importanza per il controllo delle risorse strategiche, delle infrastrutture e delle rotte commerciali che sostengono l’economia mondiale.
Le crisi mediorientali, comprese quelle legate all’Iran e alla sicurezza della navigazione nel Mar Rosso e nel Golfo Persico, hanno evidenziato la vulnerabilità di alcuni nodi fondamentali del commercio internazionale. Alcuni analisti ritengono che tali eventi abbiano contribuito a rafforzare l’interesse occidentale per altri teatri strategici; altri sottolineano che il cosiddetto “pivot” verso l’Indo-Pacifico e l’attenzione crescente all’Africa erano già parte di strategie elaborate da tempo.
Ciò che appare condiviso da gran parte della letteratura geopolitica è che il confronto tra le principali potenze si stia svolgendo sempre più sul terreno della geoeconomia: controllo delle infrastrutture, sicurezza delle catene di approvvigionamento, accesso ai minerali critici, resilienza industriale e protezione delle rotte marittime.
In questo quadro, Myanmar e Stretto di Malacca rappresentano elementi chiave della strategia cinese di diversificazione dei collegamenti commerciali, mentre l’Africa assume un ruolo sempre più rilevante sia come serbatoio di risorse sia come teatro di competizione diplomatica, economica e infrastrutturale.
Il XXI secolo sembra dunque caratterizzato da una rinnovata centralità della geografia. Non più soltanto attraverso il controllo diretto dei territori, ma mediante la capacità di influenzare i flussi di merci, energia, dati e capitali. È lungo queste direttrici che si giocherà una parte significativa della competizione internazionale nei prossimi decenni.