La fine del mondo nato dalla dissoluzione dell’URSS
Il 1991 rappresenta una delle più importanti cesure geopolitiche della storia contemporanea. Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica non terminò soltanto la Guerra fredda: venne meno anche il principale contrappeso strategico alla potenza degli Stati Uniti. Per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale, Washington si trovò senza un rivale globale capace di competere contemporaneamente sul piano militare, economico, ideologico e strategico.
Gli anni Novanta furono quindi caratterizzati da quella che la letteratura politologica ha definito il “momento unipolare”: gli Stati Uniti disponevano di una superiorità internazionale senza precedenti e il sistema occidentale poteva estendere la propria influenza verso aree che durante la Guerra fredda erano rimaste fuori dalla sua sfera politica ed economica.
Il nuovo ordine internazionale non fu costruito soltanto attraverso la forza militare. Esso si fondò sull’intreccio fra NATO, istituzioni finanziarie internazionali, liberalizzazione dei mercati, globalizzazione commerciale, centralità del dollaro, espansione dell’Unione Europea, allargamento delle strutture euro-atlantiche e diffusione di un modello politico ed economico liberale. L’idea dominante era che l’integrazione progressiva dei Paesi nel sistema economico internazionale avrebbe reso sempre meno probabile il ritorno della competizione fra grandi blocchi.
Per alcuni decenni questa impostazione sembrò funzionare. Ma nel corso del XXI secolo le condizioni di potenza che avevano permesso la costruzione dell’ordine post-1991 sono progressivamente cambiate. La Russia è tornata a considerare prioritario il controllo della propria sicurezza strategica e dello spazio post-sovietico; la Cina è diventata una potenza economica, industriale e tecnologica di dimensioni globali; l’India ha rafforzato la propria autonomia strategica; numerosi Paesi del Medio Oriente hanno iniziato a diversificare i propri rapporti internazionali; in Africa diversi governi hanno cercato di ridurre la dipendenza dalle tradizionali relazioni con Francia, Stati Uniti ed Europa.
Il risultato non è ancora un nuovo ordine mondiale pienamente consolidato. È piuttosto una fase di transizione nella quale il vecchio sistema perde capacità di controllo mentre il nuovo non ha ancora assunto una forma definitiva.
Dal mondo bipolare al momento unipolare
Per comprendere la crisi attuale bisogna tornare alla struttura del sistema internazionale immediatamente successivo alla Guerra fredda.
Nel 1991 gli Stati Uniti erano la principale potenza militare mondiale, possedevano un enorme peso economico e finanziario e disponevano di una rete di alleanze che attraversava Europa e Asia. La dissoluzione del Patto di Varsavia e dell’URSS eliminò la principale struttura geopolitica alternativa all’Occidente.
La letteratura storica e politologica ha descritto questo passaggio come il “momento unipolare” americano. Il sistema sovietico si disgregò rapidamente mentre le istituzioni occidentali rimasero operative e ampliarono progressivamente il proprio raggio d’azione.
La caratteristica fondamentale dell’epoca fu dunque la sproporzione fra la capacità degli Stati Uniti e quella delle altre grandi potenze.
La Russia degli anni Novanta attraversò una profonda crisi economica, demografica e istituzionale. La Cina, pur crescendo rapidamente, non era ancora considerata una potenza capace di contestare direttamente la leadership americana. L’Europa occidentale era invece sempre più integrata nell’architettura euro-atlantica.
Questa situazione consentì a Washington e ai suoi alleati di promuovere un sistema nel quale l’integrazione economica, la cooperazione istituzionale e l’espansione delle alleanze occidentali sembravano rappresentare la direzione naturale della storia.
Ma la storia non rimase ferma.
La Russia e la crisi dell’architettura europea
Uno dei punti fondamentali della trasformazione riguarda la Russia.
Dopo il crollo sovietico, Mosca perse gran parte dell’influenza che aveva esercitato nell’Europa orientale e in molte regioni dell’ex URSS. Negli anni successivi, tuttavia, il ritorno della crescita economica, favorito soprattutto dagli idrocarburi, permise alla Federazione Russa di recuperare parte delle proprie capacità statali e militari.
La relazione con l’Occidente divenne progressivamente più conflittuale.
L’allargamento della NATO verso est, la questione delle ex repubbliche sovietiche, le rivoluzioni politiche nello spazio post-sovietico e infine la crisi ucraina del 2014 contribuirono a trasformare la sicurezza europea.
La guerra iniziata con l’invasione russa su larga scala dell’Ucraina nel febbraio 2022 ha rappresentato una rottura ancora più profonda. Dal punto di vista occidentale, essa costituisce una violazione della sovranità ucraina e dell’ordine internazionale basato sulla Carta delle Nazioni Unite. Dal punto di vista del Cremlino, la guerra viene invece inserita in una più ampia interpretazione della sicurezza russa e dell’espansione dell’architettura euro-atlantica.
Queste due letture non sono equivalenti e non devono essere confuse. Tuttavia, entrambe sono indispensabili per comprendere perché il conflitto sia diventato molto più di una semplice disputa territoriale.
La guerra in Ucraina è diventata anche una competizione sulla futura architettura di sicurezza europea.
La NATO ha rafforzato considerevolmente il proprio fianco orientale, mentre l’Unione Europea ha aumentato il sostegno politico, economico e militare a Kiev. Nel 2026 l’Alleanza Atlantica continua a definire la Russia come una minaccia strategica di lungo periodo e sta aumentando le proprie capacità militari.
Da parte russa, invece, il conflitto viene utilizzato per contestare l’idea che l’architettura di sicurezza europea possa essere organizzata senza considerare gli interessi strategici di Mosca.
La questione fondamentale diventa quindi: chi stabilisce le regole della sicurezza europea?
La Cina e la trasformazione del centro di gravità mondiale
Se la Russia rappresenta soprattutto una sfida militare e strategica, la Cina costituisce una trasformazione molto più ampia.
Negli ultimi decenni Pechino è passata dall’essere considerata principalmente una grande piattaforma manifatturiera a diventare una potenza industriale, tecnologica, finanziaria e commerciale.
La crescita cinese ha modificato gli equilibri globali perché non riguarda soltanto il PIL. La Cina è presente nelle catene globali del valore, nella produzione industriale, nelle infrastrutture, nelle telecomunicazioni, nelle batterie, nelle energie rinnovabili, nei veicoli elettrici, nella robotica e nell’intelligenza artificiale.
Questo significa che il confronto fra Stati Uniti e Cina non può essere interpretato esclusivamente attraverso la lente militare.
È una competizione per il controllo delle tecnologie, delle infrastrutture, delle catene di approvvigionamento, dei sistemi finanziari e dei mercati.
Pechino, inoltre, non ha cercato semplicemente di costruire un’alleanza militare alternativa alla NATO. La strategia cinese è molto più articolata e comprende commercio, investimenti, infrastrutture, diplomazia, cooperazione finanziaria e iniziative multilaterali.
La Belt and Road Initiative rappresenta uno degli strumenti più evidenti di questa proiezione internazionale.
Il risultato è la progressiva formazione di una rete economica nella quale numerosi Stati possono intrattenere rapporti con la Cina senza necessariamente rompere con l’Occidente.
Questa caratteristica è essenziale per comprendere la nuova geopolitica.
Il mondo non sta necessariamente tornando alla logica rigida dei due blocchi della Guerra fredda. È più corretto parlare di una crescente pluralizzazione dei centri di potere.
Russia e Cina: convergenza senza fusione
La crescente cooperazione fra Mosca e Pechino costituisce uno degli elementi più importanti della trasformazione internazionale.
Russia e Cina non sono una singola entità geopolitica e mantengono interessi nazionali differenti. Tuttavia, condividono alcuni obiettivi fondamentali: maggiore autonomia strategica rispetto agli Stati Uniti, rafforzamento del ruolo delle Nazioni Unite, ampliamento della cooperazione nel Sud globale e riduzione della dipendenza da strutture finanziarie e politiche dominate dall’Occidente.
Nel maggio 2026 Vladimir Putin e Xi Jinping hanno ribadito l’importanza della cooperazione strategica fra i due Paesi e il coordinamento attraverso piattaforme come ONU, SCO e BRICS.
Questa cooperazione ha anche una dimensione economica.
La Russia possiede enormi risorse energetiche e minerarie e una posizione geografica che collega Europa e Asia. La Cina possiede una gigantesca capacità industriale, commerciale e finanziaria. La combinazione dei due sistemi crea quindi possibilità di integrazione che difficilmente potevano essere immaginate negli anni Novanta.
Non significa che Mosca e Pechino abbiano formato un’alleanza equivalente alla NATO. Significa piuttosto che l’isolamento strategico di entrambe è diventato molto più difficile.
Il BRICS e l’emergere del Sud globale
Uno degli strumenti più importanti della trasformazione è rappresentato dai BRICS.
Il gruppo è diventato progressivamente più ampio e nel 2026 comprende Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Indonesia e Iran.
La sua importanza non deriva soltanto dal numero degli Stati membri. Deriva soprattutto dalla rappresentanza geografica: Asia, Africa, Medio Oriente e America Latina.
Il BRICS non costituisce un blocco militare e non possiede una struttura centralizzata comparabile a quella della NATO. La sua stessa eterogeneità rende difficile trasformarlo in un’alleanza politica compatta.
Tuttavia, rappresenta un’importante piattaforma di coordinamento del Sud globale.
Il vertice BRICS di Nuova Delhi del settembre 2026 ha confermato questa dinamica. Il gruppo ha discusso di commercio, sistemi di pagamento, sicurezza energetica, tecnologia, catene di approvvigionamento e riforma della governance internazionale.
Il dato politicamente significativo è che molti Stati non sembrano più voler scegliere necessariamente fra Washington e Pechino.
Preferiscono mantenere rapporti contemporaneamente con più centri di potere.
È questa la logica della multipolarità.
L’Africa e la crisi dell’influenza francese
Uno dei casi più evidenti della crisi dell’ordine geopolitico precedente è rappresentato dal Sahel.
Mali, Burkina Faso e Niger hanno progressivamente rotto con alcune delle principali strutture di cooperazione occidentali.
In Mali, le autorità militari hanno espulso le forze francesi e successivamente la missione ONU. Il Burkina Faso ha seguito una traiettoria simile, mentre il Niger, dopo il colpo di Stato del 2023, ha chiuso la porta alla presenza militare francese e ha successivamente interrotto importanti forme di cooperazione con gli Stati Uniti.
Nel gennaio 2025 Mali, Burkina Faso e Niger hanno formalizzato l’uscita dall’ECOWAS e hanno sviluppato l’Alleanza degli Stati del Sahel.
Questi eventi possono essere interpretati in diversi modi.
I governi occidentali e numerosi analisti sottolineano l’autoritarismo delle giunte militari, il deterioramento della sicurezza e la crescita dei gruppi jihadisti.
Altri osservatori evidenziano invece la crisi del modello di influenza francese, il fallimento percepito di alcune strategie di sicurezza e la volontà di diversi governi africani di recuperare maggiore autonomia rispetto agli ex poteri coloniali.
È importante evitare una semplificazione: questi governi non rappresentano necessariamente l’intera popolazione dei rispettivi Paesi e la loro scelta di cooperare con Mosca non significa automaticamente adesione ideologica alla Russia.
La questione centrale è l’autonomia strategica.
La Russia nel Sahel
La Russia ha sfruttato questo vuoto di potere.
Dopo la progressiva riduzione della presenza francese, Mosca ha sviluppato rapporti con Mali, Burkina Faso e Niger, utilizzando strumenti diplomatici, militari ed economici.
L’Africa Corps russo ha assunto un ruolo particolarmente importante.
Nel caso del Niger, le forze russe hanno partecipato anche alle operazioni a sostegno delle autorità durante la crisi militare dell’agosto 2026.
Ma sarebbe errato descrivere la situazione come una semplice sostituzione di Parigi con Mosca.
La Russia deve affrontare limiti considerevoli. I governi del Sahel devono combattere gruppi jihadisti potenti e radicati territorialmente. Nel 2026 la violenza jihadista nella regione è rimasta molto elevata e la presenza russa non ha risolto automaticamente l’instabilità.
Questo dimostra che la geopolitica non può essere ridotta alla semplice sostituzione di un patrono con un altro.
La competizione riguarda soprattutto chi possiede la capacità di offrire sicurezza, investimenti, accesso alle risorse e sostegno diplomatico.
Dalla francafrique alla ricerca dell’autonomia africana
Il caso africano presenta inoltre una dimensione storica.
Per decenni la Francia ha mantenuto relazioni politiche, economiche e militari particolarmente strette con numerosi Stati dell’Africa francofona. Il sistema definito spesso “Françafrique” ha rappresentato una delle forme più caratteristiche della proiezione postcoloniale francese.
Nel XXI secolo questo modello è entrato in crisi.
La crescita demografica africana, la diffusione di nuove potenze economiche e l’arrivo di Cina, Turchia, Russia, India e Paesi del Golfo hanno ampliato le alternative disponibili per i governi africani.
Un Paese africano non deve più necessariamente dipendere da un’unica capitale europea per ottenere finanziamenti, infrastrutture, armi, tecnologia o accesso ai mercati.
La trasformazione è quindi strutturale.
La ribellione politica di alcuni governi del Sahel è soltanto una manifestazione particolarmente evidente di una tendenza più ampia: l’Africa sta cercando di aumentare il proprio spazio di manovra internazionale.
Washington e Londra di fronte alla trasformazione
La crisi dell’ordine post-1991 pone un problema particolare agli Stati Uniti e al Regno Unito.
Per decenni Washington e Londra hanno avuto un ruolo centrale nella costruzione e nella gestione dell’ordine internazionale occidentale. Gli Stati Uniti hanno fornito la principale capacità militare, mentre il Regno Unito ha conservato una rete diplomatica, finanziaria e militare globale.
La trasformazione del sistema internazionale non significa però che queste potenze abbiano perso la propria influenza.
Gli Stati Uniti restano una superpotenza militare e finanziaria. Il dollaro mantiene un ruolo centrale nell’economia mondiale. La NATO continua a rappresentare la principale organizzazione militare occidentale e Washington conserva una rete di alleanze senza equivalenti.
La questione è un’altra: la capacità occidentale di imporre unilateralmente le proprie preferenze è diminuita rispetto agli anni Novanta.
Questa distinzione è fondamentale.
Il mondo non è passato dalla supremazia americana all’assenza di potere americano. È passato da una situazione di predominio relativamente incontrastato a una situazione di competizione crescente.
La guerra come scontro fra due interpretazioni dell’ordine
È in questo contesto che la guerra in Ucraina assume una dimensione geopolitica più ampia.
Secondo la posizione ufficiale dell’Unione Europea e della NATO, il conflitto riguarda innanzitutto l’aggressione russa contro l’Ucraina, la sovranità dello Stato ucraino e la sicurezza europea.
Secondo Mosca, invece, il conflitto deve essere letto anche come conseguenza dell’espansione dell’architettura euro-atlantica e dell’assenza di un sistema di sicurezza europeo capace di tenere conto degli interessi russi.
Queste due interpretazioni sono incompatibili su numerosi punti.
Ciò che appare evidente è che la guerra ha trasformato il problema della sicurezza europea in una questione sistemica.
La NATO si è rafforzata sul fianco orientale. L’Unione Europea ha aumentato le proprie capacità di difesa e il sostegno militare all’Ucraina. La Russia ha intensificato la cooperazione con Cina, Iran e altri partner non occidentali.
La guerra, quindi, non sta semplicemente producendo conseguenze sul territorio ucraino.
Sta modificando i rapporti fra Europa, Russia, Stati Uniti e Asia.
Il concetto di “ripristino dell’ordine”
Da questa prospettiva può essere formulata una delle interpretazioni più interessanti della crisi contemporanea: quella secondo cui parte della strategia occidentale mira a impedire che la disgregazione dell’ordine post-1991 diventi irreversibile.
È però necessario distinguere fra questa interpretazione e una presunta strategia unitaria di Washington, Londra, Parigi e Bruxelles.
Non esiste necessariamente un unico progetto occidentale.
Gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Francia e l’Unione Europea hanno interessi convergenti su alcuni dossier ma divergenti su altri.
Ciò che emerge, piuttosto, è un comportamento sistemico.
Quando Russia, Cina o altri Stati contestano l’architettura esistente, le istituzioni occidentali cercano di rafforzare alleanze, sanzioni, strumenti economici, capacità militari e coalizioni diplomatiche.
Il risultato può essere interpretato come un tentativo di contenere la trasformazione dell’ordine internazionale.
Nel caso russo, ciò avviene attraverso sanzioni, sostegno militare all’Ucraina e rafforzamento della NATO.
Nel caso cinese, attraverso il controllo delle tecnologie strategiche, la politica industriale, la competizione commerciale e la protezione delle catene di approvvigionamento.
Nel caso africano, la competizione assume una forma diversa: diplomazia, accesso alle risorse, sicurezza, investimenti e presenza militare.
Non si tratta quindi necessariamente di una “guerra occidentale contro il mondo”, ma di una competizione per definire quali potenze avranno voce nella costruzione del prossimo ordine internazionale.
La vera posta in gioco: chi scriverà le regole del XXI secolo?
Il problema centrale non è stabilire semplicemente se l’Occidente stia vincendo o perdendo.
La domanda più importante è chi sarà in grado di stabilire le regole del sistema internazionale nei prossimi decenni.
Per gli Stati Uniti, mantenere la centralità delle proprie alleanze e delle istituzioni occidentali rimane un interesse strategico fondamentale.
Per la Cina, l’obiettivo è ottenere maggiore peso nella governance globale e costruire un ambiente internazionale nel quale la potenza americana non possa definire unilateralmente le regole.
Per la Russia, la priorità è recuperare una posizione di grande potenza e impedire che il proprio spazio strategico venga completamente assorbito dalle strutture euro-atlantiche.
Per l’India, l’obiettivo è mantenere autonomia strategica evitando di diventare semplicemente un alleato di Washington o di Pechino.
Per molti Paesi africani, mediorientali e latinoamericani, la questione è ancora diversa: sfruttare la competizione fra grandi potenze per ottenere maggiori margini di negoziazione.
Questa è probabilmente la caratteristica più importante del nuovo sistema.
Il mondo sta diventando meno gerarchico.
Il paradosso della nuova multipolarità
La multipolarità, tuttavia, non significa automaticamente maggiore stabilità.
Un mondo nel quale esistono più centri di potere può essere più equilibrato, ma può anche diventare più imprevedibile.
Il BRICS è un esempio perfetto. Il gruppo riunisce Paesi con interessi spesso divergenti. Cina e India sono contemporaneamente partner economici e concorrenti strategici. Arabia Saudita e Iran hanno rapporti complessi. Russia e Cina possiedono una forte convergenza strategica ma non identici interessi.
Per questo è improbabile che il nuovo ordine assuma rapidamente la forma di un blocco unico antioccidentale.
È più plausibile una struttura composta da molteplici reti sovrapposte.
Uno Stato può essere economicamente legato alla Cina, militarmente collegato agli Stati Uniti, energeticamente dipendente dalla Russia e diplomaticamente attivo nel BRICS.
È questa la logica della nuova competizione.
Dalla fine dell’unipolarità all’interregno geopolitico
Il sistema nato dopo il 1991 sta attraversando una trasformazione profonda.
La dissoluzione dell’URSS aveva creato un momento storico nel quale gli Stati Uniti disponevano di una superiorità globale senza precedenti. Quel sistema si è progressivamente consolidato attraverso la NATO, la globalizzazione economica, l’espansione europea e la centralità delle istituzioni finanziarie occidentali.
Ma le condizioni che lo avevano prodotto sono cambiate.
La Russia è tornata a esercitare una politica estera da grande potenza. La Cina è diventata un centro industriale e tecnologico globale. Il BRICS si è ampliato. L’India ha rafforzato la propria autonomia. Il Medio Oriente sta diversificando le proprie relazioni. Diversi governi africani stanno cercando di ridurre la dipendenza dalle ex potenze coloniali.
Il Sahel rappresenta forse il caso più simbolico di questa trasformazione: Mali, Burkina Faso e Niger hanno abbandonato la tradizionale architettura regionale e hanno sviluppato rapporti più stretti con Mosca. La Francia ha perso parte significativa della propria influenza militare nella regione, mentre Russia, Cina, Turchia e altri attori hanno trovato nuovi spazi di intervento.
Tuttavia, sarebbe semplicistico definire tutto ciò come la vittoria di un nuovo blocco russo-cinese.
Il nuovo sistema non è ancora costruito.
È proprio questo il significato della fase attuale: siamo davanti a un interregno geopolitico.
Il vecchio ordine non è scomparso completamente, ma non è più in grado di esercitare la stessa capacità di controllo degli anni Novanta. Il nuovo ordine multipolare non è ancora abbastanza istituzionalizzato da sostituirlo.
La guerra in Ucraina, la competizione Stati Uniti-Cina, la trasformazione del Medio Oriente e la crisi dell’influenza francese in Africa devono quindi essere interpretate come manifestazioni differenti di uno stesso processo: la redistribuzione del potere internazionale.
La questione decisiva dei prossimi anni sarà se questa trasformazione produrrà una nuova forma di equilibrio multipolare oppure una fase più lunga di conflitto fra grandi potenze.
In questo senso, la vera crisi non è soltanto quella dell’ordine occidentale.
È la crisi dell’idea stessa che un unico centro di potere possa stabilire le regole fondamentali del sistema internazionale.
Il XXI secolo potrebbe quindi non essere caratterizzato dalla sostituzione di un impero con un altro, ma dalla progressiva difficoltà di qualsiasi potenza di governare da sola il sistema mondiale.
La grande transizione geopolitica iniziata con il declino dell’ordine unipolare potrebbe essere appena entrata nella sua fase decisiva.