La guerra in Ucraina dopo quattro anni: il debito europeo, la strategia occidentale e il bilancio di una guerra senza vittoria decisiva

La guerra in Ucraina rappresenta ormai uno degli eventi geopolitici più importanti del XXI secolo. A quattro anni dall’invasione russa su larga scala del febbraio 2022, il conflitto non può più essere analizzato soltanto attraverso la successione delle operazioni militari o attraverso la contrapposizione tra Russia e Ucraina. La guerra ha modificato gli equilibri energetici europei, ha accelerato la crescita delle spese militari, ha inciso sulle finanze pubbliche, ha trasformato i rapporti economici tra Europa, Russia, Stati Uniti e Asia e ha contribuito alla progressiva frammentazione dell’ordine internazionale.

Il bilancio del conflitto, alla fine del 2026, presenta quindi una caratteristica fondamentale: nessuno degli obiettivi massimalisti delle principali parti coinvolte è stato pienamente raggiunto. La Russia non ha conquistato l’intera Ucraina, non ha rovesciato il governo di Kyiv e non ha impedito l’integrazione euro-atlantica del paese. L’Ucraina, sostenuta finanziariamente e militarmente dall’Occidente, ha impedito una vittoria russa decisiva, ma non ha recuperato tutti i territori perduti. L’Occidente, a sua volta, ha mantenuto l’Ucraina nel proprio spazio strategico e ha rafforzato la NATO sul fianco orientale, ma non ha ottenuto una trasformazione politica del sistema russo né la subordinazione di Mosca all’ordine occidentale.

È proprio questa zona grigia, lontana tanto dalla narrazione della vittoria quanto da quella della sconfitta assoluta, a rendere necessario un bilancio più ampio.

Quattro anni di guerra: dalla guerra breve alla guerra di logoramento

Nel febbraio 2022 molti osservatori immaginavano che il conflitto potesse concludersi rapidamente. L’operazione russa iniziale non riuscì però a raggiungere l’obiettivo di conquistare Kyiv e provocò una rapida riorganizzazione della resistenza ucraina.

La guerra si trasformò progressivamente in un conflitto industriale e di logoramento. Artiglieria, missili, droni, sistemi di guerra elettronica, intelligence satellitare e produzione di munizioni divennero elementi fondamentali. L’Ucraina riuscì a riconquistare importanti porzioni di territorio nel 2022, mentre la Russia consolidò successivamente il controllo di una parte significativa delle regioni orientali e meridionali.

Secondo una ricostruzione del CSIS pubblicata nel febbraio 2026, la Russia controllava circa il 20% del territorio ucraino includendo la Crimea e le aree del Donbas già occupate prima del 2022; circa il 12% dell’Ucraina era stato conquistato dalle forze russe dopo l’invasione su larga scala. Gli avanzamenti territoriali del 2024 e del 2025 sono stati relativamente limitati rispetto alla scala della guerra iniziale.

Nel corso del 2026 la dinamica territoriale ha continuato a essere caratterizzata da progressi estremamente lenti. Una successiva analisi CSIS ha rilevato persino una contrazione netta del territorio controllato dalla Russia nei mesi di aprile e maggio 2026, pur all’interno di un quadro militare ancora estremamente instabile.

Questo dato è importante perché consente di evitare due semplificazioni opposte. Da una parte, la Russia non ha ottenuto la conquista dell’Ucraina. Dall’altra, non è stata militarmente espulsa dal territorio ucraino. La guerra rimane quindi una guerra di logoramento nella quale la distanza tra costi sostenuti e risultati territoriali è diventata enorme.

La questione degli obiettivi occidentali

È necessario fare una distinzione metodologica. Parlare di “obiettivi occidentali” può essere fuorviante se non si distinguono gli obiettivi ufficialmente dichiarati dagli obiettivi che alcuni analisti attribuiscono alla strategia occidentale.

L’Unione Europea dichiara ufficialmente di perseguire una pace basata sulla sovranità e sull’integrità territoriale dell’Ucraina, mentre la NATO ha definito il proprio sostegno come assistenza all’Ucraina nella difesa contro l’aggressione russa. Nel febbraio 2026, in occasione del quarto anniversario dell’invasione, le istituzioni europee hanno ribadito il sostegno politico, finanziario, economico, umanitario e militare a Kyiv.

Non esiste quindi una base documentale sufficiente per affermare che il regime change al Cremlino fosse un obiettivo ufficiale dell’UE o della NATO.

Tuttavia, nel dibattito strategico occidentale sono state formulate interpretazioni molto più ampie: indebolire strutturalmente la capacità militare russa, ridurre il peso geopolitico di Mosca, limitare la sua capacità di proiettare potenza in Europa e impedire che la Russia potesse modificare con la forza l’assetto di sicurezza europeo.

È sul terreno dei risultati che diventa possibile effettuare un bilancio.

Se l’obiettivo attribuito a una parte della strategia occidentale fosse stato quello di provocare il collasso del sistema politico russo, tale risultato non si è verificato. Vladimir Putin è rimasto al potere, la Federazione Russa ha conservato il proprio apparato statale e militare e Mosca ha continuato a disporre di relazioni economiche e strategiche con Cina, India, Iran, Corea del Nord e altri paesi.

Se l’obiettivo fosse stato quello di ottenere una sconfitta militare decisiva della Russia, neppure questo risultato è stato raggiunto. La Russia ha subito costi enormi, ma mantiene una presenza militare significativa in Ucraina e controlla ancora una parte consistente del territorio occupato.

Se infine l’obiettivo fosse stato quello di riportare la Russia all’interno di un ordine internazionale sostanzialmente subordinato all’Occidente, il risultato appare ancora più distante. Le sanzioni hanno ridotto numerosi legami economici con l’Europa, ma contemporaneamente hanno accelerato il riallineamento russo verso l’Asia.

La Russia non è stata sconfitta, ma ha pagato un prezzo enorme

Il mancato raggiungimento di una sconfitta russa non deve essere confuso con l’assenza di costi per Mosca.

La guerra ha prodotto un enorme consumo di risorse umane, materiali e finanziarie. Il CSIS ha stimato, in un’analisi pubblicata nel luglio 2026, perdite russe complessive fino a circa 1,4 milioni di vittime militari tra morti e feriti dall’inizio dell’invasione su larga scala, con una stima di circa 450.000 morti. Queste cifre sono stime analitiche e non costituiscono dati ufficiali verificabili in modo indipendente in tempo reale.

La Russia ha inoltre dovuto trasformare una parte crescente della propria economia in un’economia orientata alla guerra. La spesa militare, la produzione di munizioni e l’industria della difesa hanno assunto un’importanza molto maggiore.

Ma l’economia russa non è collassata.

Le sanzioni occidentali hanno prodotto conseguenze significative e hanno limitato l’accesso russo a tecnologie, capitali e mercati occidentali. Tuttavia, Mosca ha compensato una parte della perdita del mercato europeo aumentando o mantenendo rapporti commerciali con altri grandi paesi.

Il risultato è una Russia più militarizzata, più dipendente dalle esportazioni energetiche e più orientata verso l’Asia rispetto al 2021.

Questa trasformazione rappresenta uno degli elementi più importanti del bilancio geopolitico della guerra.

Il prezzo europeo: energia, crescita e finanza pubblica

La conseguenza più evidente per l’Europa è stata la rottura del modello energetico costruito progressivamente dopo la fine della Guerra fredda.

Prima del 2022, l’Europa aveva sviluppato una forte dipendenza dal gas russo. Secondo la Commissione Europea, la quota del gas russo sulle importazioni europee era pari al 45% nel 2021. Nel 2025 era scesa a circa il 12%, mentre il volume delle importazioni di gas russo era passato da 152 miliardi di metri cubi nel 2021 a circa 36 miliardi nel 2025.

Dal punto di vista della sicurezza energetica, questa trasformazione ha ridotto la dipendenza da un singolo fornitore.

Ma la diversificazione ha avuto un prezzo.

L’Europa ha dovuto aumentare rapidamente le importazioni di gas naturale liquefatto, costruire nuove capacità di rigassificazione e sostituire una parte significativa del precedente sistema di approvvigionamento. La quota del GNL sul totale delle importazioni europee di gas è salita dal 20% del 2021 al 45% del 2025.

Questo significa che l’Europa è diventata meno dipendente dal gasdotto russo, ma contemporaneamente più esposta alla dinamica globale del mercato del GNL.

La trasformazione energetica ha quindi prodotto una maggiore diversificazione, ma anche una nuova forma di vulnerabilità.

Ed è proprio qui che entra in gioco il tema del debito.

La guerra e l’aggravamento del debito europeo

Dire che la guerra ha “creato” il debito europeo sarebbe economicamente scorretto. L’Europa aveva già livelli elevati di debito pubblico prima del 2022, anche a causa della crisi finanziaria del 2008, della crisi dell’euro e della pandemia.

È però altrettanto difficile sostenere che la guerra non abbia aggravato la situazione fiscale.

La crisi energetica ha richiesto interventi pubblici per proteggere famiglie e imprese dall’aumento dei prezzi dell’energia. Allo stesso tempo, gli Stati hanno dovuto incrementare le spese per la difesa, sostenere l’Ucraina, gestire l’accoglienza dei rifugiati e adattare le infrastrutture energetiche.

La Commissione Europea stima che il rapporto debito/PIL dell’Unione Europea sia passato dall’81,8% alla fine del 2025 all’82,9% nel primo trimestre del 2026. Nell’area euro il rapporto è salito dall’87,7% all’88,9%.

Le previsioni della Commissione indicano inoltre un ulteriore aumento del rapporto debito/PIL dell’UE, fino all’85,3% nel 2027. La stessa Commissione attribuisce l’allargamento dei deficit, tra gli altri fattori, all’aumento della spesa per la difesa, agli interessi sul debito e alle misure fiscali legate ai prezzi energetici.

La relazione tra guerra e debito deve dunque essere interpretata come una catena causale indiretta.

La guerra produce uno shock energetico e commerciale. Lo shock riduce la crescita e aumenta i costi. Gli Stati intervengono con spesa pubblica. Contemporaneamente aumenta la spesa militare. Il risultato è una pressione maggiore sui bilanci pubblici.

Il conflitto diventa così anche una questione di finanza pubblica.

Il nuovo debito europeo per sostenere l’Ucraina

La dimensione finanziaria della guerra è diventata ancora più evidente nel 2026.

L’Unione Europea ha approvato un prestito di 90 miliardi di euro per l’Ucraina relativo al 2026-2027. Il finanziamento viene raccolto attraverso prestiti dell’UE sui mercati dei capitali ed è sostenuto dal bilancio europeo. Circa 60 miliardi sono destinati all’assistenza militare e 30 miliardi al sostegno di bilancio.

Questo strumento non equivale automaticamente a un aumento di 90 miliardi del debito di ogni singolo Stato membro. Si tratta di debito contratto a livello dell’Unione e sostenuto dal bilancio europeo. Tuttavia, dimostra come la guerra abbia trasformato il bilancio europeo e la capacità di indebitamento comune in strumenti della politica di sicurezza.

Il problema strategico è quindi più ampio del semplice costo dell’assistenza.

L’Europa sta entrando in una fase nella quale sicurezza, industria della difesa, energia e finanza pubblica sono sempre più interconnesse.

Il piano SAFE, per esempio, prevede fino a 150 miliardi di euro di prestiti per sostenere gli investimenti nella difesa degli Stati membri. Nel 2025 gli alleati europei e il Canada hanno aumentato la spesa militare reale di circa il 20% rispetto al 2024, secondo la NATO.

La guerra non ha quindi soltanto prodotto una maggiore spesa militare: ha contribuito a modificare la struttura delle priorità fiscali europee.

La trasformazione del rapporto Europa-Russia

Uno degli effetti strategici più profondi è stata la distruzione di gran parte dell’interdipendenza economica tra Europa e Russia costruita dopo il 1991.

Per decenni l’Europa aveva importato energia dalla Russia, mentre la Russia aveva utilizzato i proventi energetici per finanziare la propria economia e acquistare beni, tecnologie e servizi europei.

Questo modello era imperfetto e produceva dipendenze reciproche, ma costituiva anche un importante incentivo economico alla cooperazione.

La guerra ha spezzato questo circuito.

L’Europa ha ridotto drasticamente le importazioni russe. La Russia ha cercato nuovi mercati. Il risultato è stato un processo di separazione economica euro-russa che appare molto più profondo di quello immaginabile prima del 2022.

Da un punto di vista geopolitico, però, questa separazione non ha prodotto necessariamente un isolamento della Russia.

Ha prodotto piuttosto un diverso orientamento geografico.

La Russia verso l’Asia

Il progressivo spostamento russo verso Cina, India, Iran e altri paesi rappresenta uno degli effetti strategici più significativi del conflitto.

La Russia ha continuato a esportare energia e materie prime verso mercati non occidentali, mentre la Cina è diventata un partner economico e strategico sempre più importante.

In questa prospettiva, la guerra ha contribuito a consolidare una tendenza già iniziata prima del 2022: la costruzione di relazioni economiche eurasiatiche meno dipendenti dall’Occidente.

Ciò non significa che Russia e Cina costituiscano un blocco perfettamente omogeneo. Gli interessi dei due paesi non coincidono sempre. Tuttavia, il rapporto tra Mosca e Pechino è diventato strutturalmente più importante.

Questa trasformazione è particolarmente significativa se si considera il progetto geopolitico europeo sviluppatosi dopo il 1991.

L’idea di una progressiva integrazione economica dello spazio europeo fino alla Russia è stata sostanzialmente interrotta.

L’Europa si è spostata verso l’Atlantico.

La Russia si è spostata verso l’Asia.

La linea di frattura geopolitica del continente si è quindi approfondita.

NATO più forte, Europa più dipendente?

La guerra ha prodotto anche un risultato che difficilmente può essere considerato una sconfitta dell’Occidente: la NATO è diventata più coesa sul fianco orientale e si è ampliata con l’ingresso di Finlandia e Svezia.

Allo stesso tempo, però, l’Europa ha dovuto riconoscere l’enorme dipendenza dalle capacità militari statunitensi.

L’aumento della spesa europea può essere interpretato come un tentativo di ridurre questa dipendenza. Il nuovo obiettivo NATO di arrivare al 5% del PIL per la difesa e le attività correlate entro il 2035 mostra quanto profondamente la guerra abbia modificato le priorità strategiche dell’Alleanza.

Ne deriva una situazione apparentemente contraddittoria.

Da una parte, l’Europa sta costruendo una maggiore capacità militare autonoma.

Dall’altra, il conflitto ha rafforzato la centralità strategica degli Stati Uniti nel sistema di sicurezza europeo.

L’autonomia strategica europea rimane quindi una questione aperta.

Il problema della vittoria

Dopo quattro anni, la parola “vittoria” appare sempre più difficile da definire.

Se per vittoria si intende la completa sconfitta militare della Russia, questo risultato non si è verificato.

Se per vittoria russa si intende la conquista dell’intera Ucraina e la caduta del governo di Kyiv, anche questo risultato non si è verificato.

Se l’obiettivo occidentale era impedire alla Russia di modificare con la forza l’ordine europeo, la situazione è ambivalente: la Russia non ha conquistato l’Ucraina, ma controlla ancora una parte significativa del territorio e ha dimostrato la capacità di sostenere una guerra convenzionale prolungata contro un paese sostenuto da un’enorme coalizione internazionale.

Se invece l’obiettivo fosse stato quello, attribuito da alcune interpretazioni strategiche, di provocare il collasso del sistema politico russo o il suo assoggettamento all’Occidente, il risultato non è osservabile.

La Russia rimane una grande potenza militare e nucleare, conserva un ruolo centrale nei mercati energetici globali e ha rafforzato i propri rapporti con importanti economie asiatiche.

Un’Europa più indebitata e meno integrata con la Russia

Il vero risultato della guerra potrebbe quindi essere descritto non come una vittoria definitiva di una delle parti, ma come una trasformazione strutturale dell’Europa.

L’Europa ha perso una parte rilevante dell’accesso diretto all’energia russa a basso costo.

Ha aumentato le importazioni di GNL.

Ha aumentato la spesa militare.

Ha assunto nuovi impegni finanziari nei confronti dell’Ucraina.

Ha dovuto affrontare livelli di debito ancora elevati.

Ha modificato le proprie politiche industriali.

Ha rafforzato il legame con gli Stati Uniti sul piano della sicurezza.

E ha progressivamente abbandonato l’idea di una grande area economica europea capace di comprendere, almeno in parte, anche la Russia.

Questi cambiamenti non possono essere attribuiti esclusivamente alla guerra: alcune dinamiche erano già in corso. Tuttavia, il conflitto le ha accelerate enormemente.

Il paradosso strategico

Il paradosso è che la guerra ha contemporaneamente indebolito e rafforzato diversi attori.

La Russia ha subito perdite militari enormi e sanzioni senza precedenti, ma non è collassata.

L’Ucraina ha subito distruzioni enormi e dipende fortemente dall’assistenza esterna, ma ha mantenuto la propria sovranità statale e impedito una vittoria russa decisiva.

Gli Stati Uniti hanno rafforzato il proprio ruolo nella sicurezza europea, ma hanno dovuto sostenere costi economici e militari considerevoli e affrontare una crescente competizione strategica globale.

L’Europa ha rafforzato la NATO e diversificato le proprie fonti energetiche, ma ha dovuto affrontare maggiori costi energetici, maggiori esigenze di investimento militare e una situazione fiscale più complessa.

Il risultato è quindi molto diverso da quello di una guerra conclusa con un trattato di pace e un vincitore riconosciuto.

La guerra come frattura dell’ordine europeo

La questione fondamentale non riguarda più soltanto chi conquisterà una determinata città o quale sarà la linea finale del fronte.

Il problema riguarda l’ordine geopolitico che emergerà dalla guerra.

Prima del 2022, esisteva ancora la possibilità di immaginare una grande area economica europea caratterizzata da una forte interdipendenza tra Unione Europea e Russia.

Dopo il 2022, questa prospettiva è diventata estremamente difficile.

La Commissione Europea ha trasformato REPowerEU in uno strumento permanente di riduzione della dipendenza energetica dalla Russia. Il processo ha portato a una diminuzione radicale delle importazioni russe e a un riposizionamento dell’intero sistema energetico europeo.

Parallelamente, la NATO ha rafforzato la propria presenza militare nell’Europa orientale.

La guerra ha quindi prodotto una nuova frontiera strategica.

Questa frontiera separa un’Europa integrata nell’architettura euro-atlantica da una Russia sempre più orientata verso l’Eurasia.

Il bilancio dopo quattro anni

A quattro anni dall’inizio dell’invasione russa su larga scala, il bilancio della guerra in Ucraina è dunque molto più complesso delle narrazioni sulla vittoria o sulla sconfitta.

La Russia non ha raggiunto i propri obiettivi massimalisti iniziali. Non ha conquistato Kyiv, non ha rovesciato il governo ucraino e non ha impedito il rafforzamento dell’orientamento europeo e atlantico dell’Ucraina. Anche analisi occidentali riconoscono che i risultati territoriali russi sono rimasti molto inferiori agli obiettivi iniziali.

Ma nemmeno l’ipotesi di una trasformazione della Russia secondo gli interessi occidentali si è materializzata.

Il Cremlino non è caduto.

La Russia non è stata militarmente sconfitta.

Il sistema politico russo non è stato sostituito.

L’economia russa non è collassata.

La Russia non è stata ricondotta alla sfera economica occidentale.

Al contrario, il conflitto ha accelerato la riorganizzazione dei rapporti economici russi verso l’Asia.

Per l’Europa il prezzo è stato particolarmente significativo. Il continente ha dovuto affrontare una trasformazione energetica accelerata, un aumento della spesa militare e nuovi impegni finanziari. Il debito pubblico dell’UE resta elevato e la Commissione prevede un ulteriore aumento del rapporto debito/PIL nei prossimi anni.

L’Europa ha inoltre assunto un impegno finanziario crescente verso l’Ucraina: l’UE e gli Stati membri hanno fornito centinaia di miliardi di euro complessivi in sostegno e nel 2026 è stato strutturato un ulteriore prestito europeo da 90 miliardi per il biennio 2026-2027.

La guerra, dunque, non ha semplicemente modificato una frontiera.

Ha modificato il modello economico europeo, il sistema energetico, le priorità fiscali, la politica industriale, l’architettura militare e i rapporti tra Europa e Russia.

Il punto centrale del bilancio non è quindi stabilire artificialmente un vincitore.

È riconoscere che, dopo quattro anni, gli obiettivi massimalisti delle diverse parti non coincidono con i risultati effettivamente ottenuti.

La Russia non ha conquistato l’Ucraina.

L’Ucraina non ha recuperato integralmente i territori occupati.

L’Occidente non ha trasformato la Russia in uno Stato subordinato alla propria architettura geopolitica.

L’Europa non è tornata alla situazione energetica precedente al 2022.

E il sistema internazionale è diventato più frammentato.

La guerra ha quindi prodotto un nuovo equilibrio, ma non ha ancora prodotto una nuova stabilità.

È proprio questa la sua caratteristica più importante: dopo quattro anni il conflitto non appare più come una parentesi nella storia europea, ma come una frattura strutturale dell’ordine geopolitico emerso dopo la fine della Guerra fredda.

La questione decisiva per gli anni successivi non sarà soltanto quale sarà la linea del fronte, ma quale rapporto emergerà tra Russia, Europa, Stati Uniti e Asia; quale sarà il costo finanziario della ricostruzione ucraina; quanto a lungo l’Europa potrà sostenere livelli crescenti di spesa militare senza compromettere altre priorità fiscali; e soprattutto se sarà possibile costruire un nuovo sistema di sicurezza europeo nel quale la Russia venga considerata un elemento permanente dell’equilibrio continentale, anziché esclusivamente come una minaccia da contenere.

In questo senso, il bilancio della guerra dopo quattro anni rimane aperto.

Ed è proprio l’assenza di una soluzione definitiva a rappresentare il dato geopolitico più importante del conflitto.