La Russia e la sopravvivenza dell’egemonia occidentale: perché una vittoria di Mosca potrebbe accelerare la nascita di un mercato euroasiatico

La guerra in Ucraina rappresenta ormai molto più di un conflitto territoriale tra Russia e Ucraina. La sua importanza deve essere interpretata all’interno di una trasformazione più ampia dei rapporti di forza internazionali, nella quale si confrontano due concezioni differenti dell’ordine economico e geopolitico mondiale.

Da una parte vi è l’Occidente guidato dagli Stati Uniti, con un sistema costruito negli ultimi decenni intorno alla centralità del dollaro, alla supremazia tecnologica, alla potenza militare americana, alle istituzioni finanziarie occidentali e alla capacità di controllare o influenzare un’ampia parte delle principali reti commerciali e finanziarie globali. Dall’altra si sta consolidando uno spazio sempre più ampio composto da Cina, Russia, India, Iran, Paesi dell’Asia centrale e numerose economie emergenti, che chiedono una maggiore autonomia rispetto alle istituzioni e alle valute occidentali.

In questa prospettiva, la guerra russo-ucraina assume un valore strategico che supera enormemente i confini dell’Europa orientale.

La questione fondamentale diventa allora questa: la Russia deve essere sconfitta affinché l’attuale egemonia occidentale possa continuare oppure una sua eventuale vittoria potrebbe accelerare la formazione di un nuovo spazio economico euroasiatico, riducendo il peso del dollaro e mettendo sotto pressione l’ordine finanziario occidentale?

Non si tratta di una relazione causale automatica. Una vittoria russa non comporterebbe necessariamente né la fine del dollaro né il collasso del sistema finanziario occidentale. Allo stesso modo, una sconfitta russa non garantirebbe automaticamente la permanenza indefinita dell’egemonia americana.

Tuttavia, la guerra può essere interpretata come una delle principali battaglie intorno alla futura architettura dell’ordine internazionale.


La vera posta in gioco: non soltanto l’Ucraina

Per comprendere la centralità della Russia bisogna innanzitutto osservare la sua posizione geografica ed economica.

La Russia è una potenza continentale che si estende dall’Europa all’Asia-Pacifico. Possiede immense risorse energetiche, vaste riserve minerarie, una significativa capacità industriale e militare e una posizione geografica che la rende un ponte naturale tra Europa e Asia.

A differenza di molte altre economie, la Russia dispone inoltre di una combinazione particolarmente importante di territorio, risorse, energia, capacità militare, industria pesante e profondità strategica.

La questione assume una dimensione ancora maggiore se la Russia viene osservata non come economia isolata, ma come parte del più vasto sistema euroasiatico.

Cina e Russia hanno progressivamente ampliato il commercio bilaterale, mentre Pechino è diventata un partner economico fondamentale per Mosca dopo il forte ridimensionamento dei rapporti commerciali con l’Europa seguito all’invasione del 2022.

Parallelamente, la Russia ha intensificato i rapporti con India, Iran e altre economie emergenti.

Questo significa che le sanzioni occidentali non hanno eliminato i rapporti economici della Russia con il resto del mondo.

Li hanno in larga misura reindirizzati.

È una differenza fondamentale.


La guerra come scontro tra due sistemi economici

La guerra in Ucraina può essere quindi interpretata anche come un confronto tra due modelli di organizzazione dello spazio economico.

Il primo è il sistema euro-atlantico, centrato sugli Stati Uniti e sostenuto dal dollaro, dalle istituzioni finanziarie occidentali e dalle alleanze politiche e militari occidentali.

Il secondo è uno spazio eurasiatico ancora incompleto, nel quale Cina, Russia, India, Iran e altri Paesi cercano forme sempre maggiori di cooperazione economica e finanziaria.

Questo secondo spazio non costituisce ancora un mercato integrato paragonabile all’Unione Europea o all’area nordamericana.

Ma possiede una caratteristica estremamente importante: può funzionare progressivamente con un livello inferiore di dipendenza dalle infrastrutture finanziarie occidentali.

La differenza può diventare decisiva.

La Russia vende energia.

La Cina produce beni industriali e tecnologici.

L’India dispone di una gigantesca economia e di una crescente capacità manifatturiera.

L’Iran occupa una posizione strategica tra Golfo Persico, Asia centrale e Medio Oriente.

L’Asia centrale possiede risorse energetiche e minerarie e rappresenta una cerniera geografica tra Cina, Russia, Medio Oriente e Europa.

Se questi spazi aumentassero l’integrazione delle proprie infrastrutture commerciali, logistiche e finanziarie, potrebbe emergere gradualmente un mercato euroasiatico con caratteristiche autonome.


Il ruolo della Russia nell’integrazione euroasiatica

È proprio qui che la Russia assume una funzione particolare.

La Cina è il principale motore industriale.

L’India rappresenta uno dei principali poli demografici e di crescita.

La Russia possiede invece un vantaggio specifico: energia e risorse naturali unite a una posizione geografica unica.

Per lungo tempo l’economia europea ha sfruttato questa complementarità.

La Germania acquistava energia russa e vendeva alla Russia macchinari, automobili, prodotti chimici e beni industriali.

Era un modello profondamente interdipendente.

La guerra ha spezzato una parte significativa di questo rapporto.

Ma la rottura non significa che l’energia russa abbia smesso di avere valore.

Significa che il suo principale destinatario è cambiato.

La Russia ha aumentato l’importanza dei mercati asiatici, mentre Cina e India hanno potuto acquistare energia russa a condizioni differenti rispetto ai mercati occidentali.

Reuters ha recentemente riportato che nel 2026 la Russia continua a fare affidamento soprattutto su Cina e India per una parte significativa delle esportazioni energetiche, mentre le sanzioni e gli attacchi alle infrastrutture petrolifere hanno messo sotto pressione la capacità di raffinazione e i volumi produttivi russi.

La conseguenza geopolitica è significativa.

Le risorse russe non sono necessariamente scomparse dal mercato globale.

Sono state riorientate geograficamente.


La questione del dollaro

Uno dei nodi fondamentali della trasformazione è rappresentato dal dollaro.

Il sistema occidentale possiede un enorme vantaggio perché il dollaro continua a essere la principale valuta utilizzata come riserva internazionale.

Secondo i dati COFER del Fondo Monetario Internazionale, alla fine del 2025 il dollaro rappresentava il 56,77% delle riserve valutarie ufficiali mondiali, contro il 20,25% dell’euro e l’1,95% del renminbi.

Questo dimostra due cose contemporaneamente.

La prima è che il dollaro rimane nettamente dominante.

La seconda è che la semplice crescita delle valute alternative non è ancora sufficiente per sostituirlo.

Perciò sarebbe eccessivo affermare che una vittoria russa porterebbe automaticamente alla “fine del dollaro”.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare la dinamica di lungo periodo.

Se una parte crescente del commercio tra Cina, Russia, India, Iran e altri Paesi venisse regolata in valute nazionali, attraverso sistemi di pagamento alternativi o mediante accordi finanziari non dipendenti dalle infrastrutture statunitensi, la domanda relativa di dollari potrebbe diminuire gradualmente.

Non si tratterebbe necessariamente di una rivoluzione improvvisa.

Potrebbe trattarsi di un processo lento di diversificazione finanziaria.

Ed è proprio questa possibilità che rende la guerra strategicamente importante.


La vittoria russa come acceleratore della dedollarizzazione

Una eventuale vittoria russa avrebbe quindi un significato simbolico e politico superiore alla semplice conclusione della guerra.

Se Mosca riuscisse a mantenere o rafforzare i propri obiettivi strategici nonostante le sanzioni occidentali, i Paesi che stanno cercando maggiore autonomia dall’Occidente potrebbero trarre una conclusione precisa:

è possibile resistere alla pressione finanziaria e commerciale occidentale creando reti alternative.

Questo effetto sarebbe soprattutto politico.

La Russia diventerebbe un caso di studio.

Non necessariamente perché avrebbe superato economicamente l’Occidente, ma perché avrebbe dimostrato che una grande economia dotata di risorse strategiche può continuare a commerciare anche sotto pressione, riorientando i propri flussi verso nuovi partner.

Una tale dinamica potrebbe rafforzare gli incentivi di altri Paesi a diversificare le proprie riserve, sistemi di pagamento e contratti commerciali.

La dedollarizzazione, dunque, non dovrebbe essere intesa come la sostituzione immediata del dollaro con lo yuan.

Potrebbe essere qualcosa di diverso:

la fine della necessità di utilizzare sempre il dollaro.

Questo è un fenomeno molto più realistico.


Il ruolo della Cina sarebbe decisivo

Se una vittoria russa potrebbe avere un valore geopolitico, la vera potenza necessaria alla costruzione di un mercato euroasiatico sarebbe comunque la Cina.

La Cina possiede ciò che la Russia non possiede in misura comparabile: una gigantesca capacità industriale.

La Repubblica Popolare è diventata una delle principali piattaforme manifatturiere e tecnologiche del mondo. La sua industria produce automobili, batterie, componentistica elettronica, macchinari, prodotti chimici, infrastrutture energetiche e una crescente quantità di beni ad alta tecnologia.

Questo significa che potrebbe instaurarsi una complementarità particolarmente potente:

Russia: energia e materie prime.

Cina: industria, tecnologia e capitale produttivo.

India: mercato, servizi, industria e forza demografica.

Asia centrale: risorse, corridoi terrestri e posizione geografica.

Iran: energia, logistica e accesso al Medio Oriente.

Non si tratta ancora di un unico mercato integrato.

Ma esistono le condizioni per una maggiore interconnessione.


La Belt and Road Initiative e la costruzione dello spazio euroasiatico

La Belt and Road Initiative costituisce uno degli strumenti attraverso cui Pechino cerca di aumentare la connettività economica tra Asia, Europa, Medio Oriente e Africa.

Porti, ferrovie, autostrade, oleodotti, gasdotti, centri logistici e infrastrutture digitali possono ridurre la dipendenza dai tradizionali corridoi commerciali controllati dalle potenze marittime occidentali.

È importante non descrivere questo processo come la costruzione già compiuta di un nuovo impero economico cinese.

La realtà è più complessa.

La Belt and Road comprende progetti molto diversi, con differenti livelli di successo economico e politico.

Ma dal punto di vista geopolitico la logica rimane evidente: aumentare la connettività terrestre e marittima eurasiatica.

Una Russia che uscisse dalla guerra con maggiore influenza regionale potrebbe diventare ancora più importante per questa strategia.


Il problema dell’Europa

Ed è proprio qui che emerge una delle maggiori contraddizioni strategiche europee.

L’Europa si trova geograficamente al margine occidentale dell’Eurasia.

Per secoli questa posizione ha rappresentato un vantaggio enorme.

L’Europa era il punto di partenza delle grandi rotte oceaniche.

Oggi, tuttavia, il baricentro industriale del mondo si è spostato progressivamente verso l’Asia.

Cina, India e Sud-est asiatico rappresentano una quota crescente della produzione mondiale.

L’Europa rischia quindi di trovarsi tra due sistemi economici.

Da un lato gli Stati Uniti.

Dall’altro l’Asia.

In questo contesto, una nuova forte integrazione euroasiatica avrebbe conseguenze estremamente importanti per l’Unione Europea.

L’Europa potrebbe ritrovarsi geograficamente dentro uno spazio economico sempre più integrato ma politicamente separato.

Questo potrebbe ridurre il suo peso relativo nelle catene produttive globali.


Perché la sconfitta della Russia sarebbe strategicamente importante per l’Occidente

Da questa prospettiva diventa più comprensibile l’importanza attribuita alla sconfitta di Mosca da parte di molti ambienti strategici occidentali.

Una Russia fortemente indebolita significherebbe:

minore capacità militare russa;

minore influenza di Mosca nell’Europa orientale;

maggiore difficoltà russa nel sostenere le proprie relazioni euroasiatiche;

maggiore pressione sui partner della Russia;

e potenzialmente un rafforzamento della posizione occidentale nello spazio europeo.

Ma c’è un elemento ancora più importante.

Una sconfitta russa potrebbe rappresentare un messaggio geopolitico rivolto a tutti gli altri Paesi.

Il messaggio sarebbe che una grande potenza che sfida l’ordine occidentale può essere contenuta, isolata e costretta a pagare un costo economico e militare enorme.

Questo potrebbe scoraggiare altri attori dal tentare una rottura analoga.

La posta in gioco, dunque, non sarebbe soltanto russa.

Sarebbe sistemica.


Perché una vittoria di Mosca potrebbe produrre l’effetto opposto

La dinamica opposta sarebbe altrettanto importante.

Se la Russia ottenesse una conclusione della guerra che potesse essere interpretata internamente e dai suoi partner come una vittoria strategica, il risultato potrebbe rafforzare la percezione che l’ordine occidentale sia contestabile.

Inoltre, Mosca avrebbe un forte incentivo a consolidare le relazioni economiche costruite durante gli anni delle sanzioni.

Cina, India e altri Paesi avrebbero già sviluppato infrastrutture commerciali e finanziarie alternative.

Questo significa che una vittoria russa potrebbe non riportare semplicemente il mondo alla situazione precedente al 2022.

Potrebbe invece consolidare la separazione economica tra Occidente e spazio euroasiatico.

In altre parole, la guerra potrebbe lasciare in eredità non soltanto nuovi confini politici, ma nuove infrastrutture economiche.


Il vero rischio per l’Occidente: la frammentazione del sistema globale

Il rischio più serio per gli Stati Uniti e l’Europa non è necessariamente che un giorno il dollaro venga sostituito dallo yuan.

È un altro.

È la frammentazione del sistema economico mondiale.

Per decenni le imprese occidentali hanno operato all’interno di un mercato globale relativamente integrato.

Le catene produttive erano distribuite su scala planetaria.

I capitali circolavano attraverso grandi mercati finanziari.

Il dollaro rappresentava il principale punto di riferimento.

Le sanzioni adottate contro la Russia hanno però contribuito a spingere Mosca verso sistemi alternativi.

La guerra commerciale e tecnologica tra Stati Uniti e Cina sta producendo ulteriori forme di separazione.

Il risultato potrebbe essere un mondo nel quale non esiste più un unico mercato globale completamente integrato, ma diversi grandi blocchi economici.

Un blocco occidentale.

Un blocco euroasiatico.

E una vasta fascia di Paesi che cercheranno di mantenersi neutrali e di commerciare con entrambi.


La nascita del mercato euroasiatico non sarebbe immediata

È necessario tuttavia evitare interpretazioni eccessivamente deterministiche.

Un eventuale mercato euroasiatico non nascerebbe automaticamente il giorno dopo una vittoria russa.

Ci sono ostacoli enormi.

Cina e India hanno interessi strategici differenti.

Russia e Cina possono cooperare ma anche competere in Asia centrale.

L’India mantiene rapporti importanti con gli Stati Uniti e con l’Europa.

L’Iran possiede una propria strategia regionale.

Le economie dell’Asia centrale non vogliono necessariamente dipendere completamente da Mosca o Pechino.

Inoltre esistono enormi problemi infrastrutturali, finanziari e logistici.

Per creare un vero mercato integrato servirebbero:

infrastrutture;

sistemi di pagamento interoperabili;

accordi commerciali;

standard comuni;

reti logistiche;

strumenti finanziari;

meccanismi di compensazione valutaria;

e soprattutto fiducia politica.

Per questo è più realistico parlare di progressiva integrazione del mercato euroasiatico che di immediata creazione di un nuovo blocco economico.


Il ruolo dell’energia nella nuova geoeconomia

L’energia rappresenta uno degli elementi più importanti.

La Russia dispone di enormi riserve di petrolio e gas.

La Cina è uno dei maggiori consumatori energetici del mondo.

L’India sta aumentando rapidamente la propria domanda.

L’Iran possiede significative risorse di petrolio e gas.

Questa combinazione crea la possibilità di una vasta rete energetica euroasiatica.

Se l’energia venisse sempre più acquistata e venduta attraverso contratti denominati in valute diverse dal dollaro, la funzione internazionale del dollaro potrebbe gradualmente ridimensionarsi.

Anche in questo caso, però, non bisogna confondere possibilità e realtà.

Il dollaro rimane profondamente radicato nei mercati internazionali.

La sua quota nelle riserve mondiali, come mostra il dato IMF del quarto trimestre 2025, resta superiore alla metà del totale.

La trasformazione, pertanto, non sarebbe la scomparsa del dollaro.

Sarebbe probabilmente una maggiore pluralità monetaria.


La Russia e il sistema finanziario alternativo

Un altro elemento fondamentale riguarda i sistemi di pagamento.

Le sanzioni hanno mostrato quanto il controllo delle infrastrutture finanziarie possa essere utilizzato come strumento geopolitico.

Ma proprio questo strumento può incentivare gli Stati colpiti a creare alternative.

La Russia ha sviluppato rapporti finanziari più stretti con Cina e altri Paesi e ha aumentato il ricorso alle valute nazionali.

La Cina possiede già un sistema finanziario enorme e strumenti propri per i pagamenti internazionali.

Pechino continua inoltre a promuovere l’internazionalizzazione del renminbi, sebbene la sua quota nelle riserve globali rimanga ancora molto inferiore a quella del dollaro.

Questo dimostra ancora una volta che il processo non è compiuto.

Ma il sistema occidentale potrebbe trovarsi progressivamente davanti a un mondo nel quale non è più sufficiente controllare il principale sistema finanziario internazionale.

Bisogna competere con sistemi finanziari paralleli.


Una vittoria russa non significherebbe automaticamente il collasso occidentale

Questo punto deve essere sottolineato con forza.

È storicamente e analiticamente scorretto affermare che una vittoria di Putin provocherebbe necessariamente il collasso dell’economia occidentale.

Gli Stati Uniti dispongono di enormi vantaggi strutturali.

Il dollaro resta la principale valuta di riserva.

I mercati finanziari americani hanno una profondità senza precedenti.

Gli Stati Uniti rimangono una potenza tecnologica e militare eccezionale.

L’Europa conserva immense risorse economiche, industriali e culturali.

Il sistema occidentale dispone inoltre di istituzioni internazionali, alleanze e infrastrutture finanziarie che non possono essere sostituite rapidamente.

Quindi l’idea di una “crisi irreversibile” deve essere interpretata come uno scenario possibile in caso di accumulazione di molteplici fattori, non come una conseguenza automatica di un singolo evento bellico.

La vera questione riguarda invece l’erosione progressiva della centralità occidentale.


Il problema della fiducia

Ogni ordine internazionale dipende in ultima analisi dalla fiducia.

Il potere economico americano non si fonda esclusivamente sulla forza militare.

Si fonda sulla convinzione che il sistema americano sia:

economicamente affidabile;

finanziariamente profondo;

tecnologicamente competitivo;

politicamente stabile;

capace di garantire proprietà e contratti;

e sufficientemente potente da proteggere le proprie istituzioni.

Se questa fiducia diminuisce, la diversificazione aumenta.

Non serve una rivoluzione.

Basta che banche centrali, governi e imprese decidano progressivamente di avere una maggiore pluralità di partner e valute.

Questo è il fenomeno da osservare.


La vera battaglia è quindi quella per l’architettura economica del XXI secolo

La guerra in Ucraina può essere interpretata come una parte di questa trasformazione.

Non perché tutto ciò che accade in Ucraina sia necessariamente spiegabile attraverso il dollaro o la competizione economica.

Sarebbe una semplificazione.

Ma perché la guerra ha accelerato processi che erano già in corso.

Ha favorito:

la diversificazione energetica europea;

il ri-orientamento delle esportazioni russe verso l’Asia;

la crescita della cooperazione economica russo-cinese;

lo sviluppo di sistemi finanziari alternativi;

l’intensificazione della competizione tecnologica;

la regionalizzazione delle catene di approvvigionamento;

e una maggiore attenzione alla sovranità economica.

La guerra ha quindi agito come acceleratore geopolitico.


La scelta dell’Europa

Per l’Europa la questione è particolarmente delicata.

Il continente deve decidere se la propria sicurezza strategica debba essere fondata quasi esclusivamente sul legame con gli Stati Uniti oppure se sia possibile costruire una maggiore autonomia economica, energetica e industriale.

La seconda opzione non significa necessariamente rompere l’alleanza atlantica.

Significa acquisire capacità autonome.

Ma esiste un problema.

Se il mercato euroasiatico dovesse integrarsi progressivamente mentre l’Europa rimanesse esclusivamente ancorata al sistema atlantico, potrebbe trovarsi davanti a una frattura geografica ed economica crescente.

L’Europa si troverebbe al centro di un continente eurasiatico sempre più integrato, ma politicamente separato.

Questa situazione potrebbe ridurre ulteriormente la sua capacità di influenza.


La Russia come punto di svolta della transizione geopolitica

La guerra russo-ucraina rappresenta dunque una delle grandi partite della trasformazione dell’ordine mondiale.

La questione non riguarda solamente il futuro dell’Ucraina.

Riguarda la posizione della Russia.

Riguarda il rapporto tra Europa e Stati Uniti.

Riguarda la crescente integrazione tra Russia e Cina.

Riguarda l’India.

Riguarda l’Iran.

Riguarda il futuro delle catene energetiche e commerciali.

E riguarda, soprattutto, la possibile trasformazione del sistema monetario internazionale.

Una sconfitta strategica della Russia potrebbe rafforzare l’idea che l’ordine occidentale conservi la capacità di imporre costi elevatissimi alle potenze che tentano di sfidarlo. In questo senso, avrebbe un valore geopolitico che andrebbe ben oltre il territorio ucraino.

Una vittoria russa, invece, non determinerebbe automaticamente la fine dell’egemonia americana, ma potrebbe avere l’effetto opposto: dimostrare che una grande potenza può resistere alle sanzioni, riorientare i propri flussi commerciali verso l’Asia e rafforzare contemporaneamente le proprie relazioni con Cina, India e altri Paesi.

Questo potrebbe accelerare la costruzione di un sistema economico più frammentato e multipolare.

La vera minaccia per l’Occidente, quindi, non sarebbe necessariamente la sostituzione del dollaro con un’unica nuova valuta.

Sarebbe la progressiva perdita del monopolio occidentale sulle infrastrutture economiche, finanziarie e commerciali internazionali.

Oggi il dollaro conserva una posizione dominante: il 56,77% delle riserve ufficiali mondiali nel quarto trimestre 2025 era denominato in dollari, mentre il renminbi rappresentava appena l’1,95%.

Questo significa che il sistema occidentale è ancora molto lontano dal collasso.

Ma la storia delle grandi potenze insegna che gli ordini internazionali non cambiano generalmente attraverso un singolo evento.

Cambiano attraverso processi cumulativi.

Prima cambiano le rotte commerciali.

Poi cambiano i partner energetici.

Poi cambiano i sistemi di pagamento.

Poi cambiano le valute utilizzate negli scambi.

Infine cambia la percezione di quale potenza sia realmente indispensabile.

È questo il motivo per cui la guerra in Ucraina può essere considerata uno degli episodi più importanti della trasformazione geopolitica del XXI secolo.

La vera posta in gioco non è soltanto chi controllerà determinati territori.

È quale sistema economico, finanziario e geopolitico avrà maggiore capacità di organizzare l’Eurasia e, attraverso di essa, influenzare il sistema mondiale.

Una eventuale vittoria di Mosca potrebbe quindi non essere l’inizio immediato della fine dell’Occidente.

Potrebbe però rappresentare uno dei principali acceleratori della transizione da un ordine dominato dall’Occidente a un ordine più multipolare, nel quale il mercato euroasiatico acquisterebbe un peso crescente e nel quale il dollaro non sarebbe più necessariamente l’unico punto di riferimento finanziario internazionale.

La vera sfida per Washington e per le capitali europee, pertanto, non consiste soltanto nel contenere la Russia.

Consiste nel comprendere che la competizione contemporanea non si combatte esclusivamente sui campi di battaglia.

Si combatte sulle valute, sulle infrastrutture, sull’energia, sulle tecnologie, sulle catene produttive, sui sistemi di pagamento e sul controllo delle grandi reti commerciali.

Ed è proprio su questo terreno che si deciderà, molto più che sul solo teatro ucraino, quale sarà il vero equilibrio di potere nel XXI secolo.