Le contraddizioni dell’Ancien Régime, l’ascesa della borghesia e l’incapacità di Luigi XVI di comprendere il cambiamento storico
La Rivoluzione francese rappresenta uno degli eventi più importanti della storia mondiale. Essa non fu semplicemente la caduta di una monarchia o l’esplosione di una crisi finanziaria, ma segnò il passaggio definitivo dall’ordine feudale dell’Europa moderna alla società borghese contemporanea. Per comprendere la figura di Luigi XVI non è sufficiente analizzarne il carattere o gli errori politici: occorre collocarlo all’interno di un processo storico molto più ampio, nel quale le strutture economiche, sociali e culturali dell’Ancien Régime stavano ormai entrando in una crisi irreversibile.
Il re di Francia divenne così il simbolo di un’intera epoca incapace di adattarsi ai cambiamenti. La sua tragedia non consiste soltanto nell’essere stato ghigliottinato il 21 gennaio 1793, ma soprattutto nell’aver combattuto una battaglia già perduta contro forze storiche enormemente superiori alla volontà dei singoli individui. La Rivoluzione non nacque infatti dall’ambizione di pochi rivoluzionari, bensì dalla progressiva affermazione di una nuova classe sociale: la borghesia.
L’Europa del XVIII secolo: un equilibrio destinato a rompersi
Alla metà del Settecento la Francia era la maggiore potenza continentale. Con circa ventisei milioni di abitanti rappresentava lo Stato più popoloso d’Europa occidentale, disponeva di un’enorme produzione agricola, di un’amministrazione relativamente efficiente e di una cultura che influenzava tutte le corti europee.
Paradossalmente, proprio questa apparente grandezza nascondeva profonde fragilità.
L’Ancien Régime era costruito su un sistema di privilegi che apparteneva ormai al passato. Nobiltà e clero godevano di immunità fiscali, privilegi giuridici e monopolizzavano le principali cariche dello Stato, mentre il Terzo Stato sosteneva quasi interamente il peso delle imposte.
Questa organizzazione sociale era stata funzionale durante il Medioevo e gran parte dell’età moderna, quando la ricchezza derivava essenzialmente dal possesso della terra. Tuttavia il XVIII secolo aveva completamente modificato gli equilibri economici.
Il commercio internazionale, la crescita della manifattura, l’espansione coloniale e lo sviluppo della finanza avevano progressivamente spostato il centro della ricchezza dal possesso fondiario al capitale.
Nasceva così una nuova élite.
Banchieri, armatori, commercianti, imprenditori, professionisti, magistrati, avvocati e uomini di cultura costituivano ormai una classe economicamente potente ma politicamente subordinata.
Questa era la borghesia.
L’ascesa della borghesia: una rivoluzione già iniziata
Molto prima del 1789 la rivoluzione era già cominciata nelle strutture economiche.
La crescita del commercio atlantico aveva prodotto enormi capitali.
Le compagnie commerciali francesi competevano con quelle inglesi e olandesi.
Le città si espandevano.
La produzione manifatturiera aumentava rapidamente.
Il credito assumeva un ruolo sempre più centrale nello sviluppo economico.
L’economia stava diventando capitalistica, mentre le istituzioni politiche rimanevano profondamente feudali.
Questa contraddizione costituiva il vero motore della crisi.
La borghesia produceva ricchezza, finanziava lo Stato, sosteneva il commercio internazionale e alimentava il progresso scientifico, ma continuava a essere esclusa dai vertici del potere.
La nobiltà conservava privilegi che non trovavano più alcuna giustificazione economica.
L’intero sistema appariva sempre più anacronistico.
Gli illuministi interpretarono perfettamente questa trasformazione.
Voltaire criticò il privilegio aristocratico.
Montesquieu rifletté sulla separazione dei poteri.
Rousseau mise in discussione il fondamento stesso della sovranità monarchica.
Le idee dell’Illuminismo non crearono la rivoluzione, ma offrirono il linguaggio politico attraverso il quale la borghesia poté legittimare le proprie aspirazioni.
Luigi XVI: un sovrano onesto ma inadatto al proprio tempo
Quando Luigi XVI salì al trono nel 1774 aveva appena vent’anni.
La sua personalità contrastava profondamente con quella del bisnonno Luigi XIV.
Non possedeva ambizioni imperiali.
Non era un uomo crudele.
Non era particolarmente autoritario.
Molti contemporanei lo descrivono come un individuo onesto, religioso, laborioso e sinceramente interessato al bene dei propri sudditi.
Tuttavia queste qualità personali si trasformarono ben presto nei suoi maggiori limiti politici.
Il giovane sovrano era privo di decisione.
Esitava continuamente.
Cambiava spesso consiglieri.
Non riusciva a imporre una linea politica coerente.
Soprattutto, non comprendeva la natura dei cambiamenti economici e sociali che stavano trasformando l’Europa.
Luigi XVI continuava a considerare la monarchia come un’istituzione di diritto divino.
Il re non governava perché scelto dal popolo.
Governava perché scelto da Dio.
Questa convinzione, profondamente radicata nella cultura monarchica francese, impedì al sovrano di comprendere il significato della nuova idea di sovranità nazionale.
Quando i rivoluzionari iniziarono ad affermare che il potere apparteneva alla nazione e non più al monarca, Luigi XVI interpretò questa posizione come una ribellione illegittima, non come l’emergere di una nuova concezione dello Stato.
Una crisi finanziaria che rivelò una crisi strutturale
Spesso si sostiene che la Rivoluzione francese sia nata dalla bancarotta dello Stato.
Questa affermazione è solo parzialmente corretta.
La crisi finanziaria fu certamente il detonatore della rivoluzione, ma non la sua causa profonda.
La monarchia francese era indebitata per diverse ragioni.
Le guerre del XVIII secolo avevano richiesto enormi risorse.
La partecipazione alla Guerra dei Sette Anni aveva prodotto gravi perdite economiche.
Successivamente il sostegno militare all’indipendenza americana aveva aggravato ulteriormente il debito pubblico.
Ironia della storia, aiutando i coloni americani a liberarsi della monarchia britannica, la monarchia francese contribuì indirettamente alla propria distruzione.
Il problema fondamentale, tuttavia, consisteva nell’impossibilità di riformare il sistema fiscale.
Ogni tentativo di tassare nobiltà e clero incontrava una fortissima opposizione.
I ministri riformatori, come Turgot, Necker e Calonne, avevano compreso che senza abolire i privilegi fiscali lo Stato sarebbe inevitabilmente fallito.
Luigi XVI oscillò continuamente.
Talvolta sosteneva i propri ministri.
Poco dopo li licenziava sotto la pressione dell’aristocrazia.
Questa indecisione rese impossibile qualsiasi riforma.
Gli Stati Generali: una concessione che cambiò la storia
Nel maggio del 1789 Luigi XVI convocò gli Stati Generali.
Era la prima convocazione dopo oltre centosettant’anni.
Nelle intenzioni del sovrano avrebbe dovuto rappresentare uno strumento per approvare nuove imposte.
Accadde esattamente il contrario.
Per la prima volta milioni di francesi parteciparono indirettamente alla vita politica attraverso la redazione dei Cahiers de Doléances.
Le richieste provenienti dal Paese dimostravano che la società era ormai molto diversa rispetto al passato.
Non si chiedeva semplicemente una riduzione delle tasse.
Si chiedevano uguaglianza davanti alla legge, abolizione dei privilegi, libertà economica, riforma della giustizia e rappresentanza politica.
Il Terzo Stato comprese rapidamente di rappresentare la quasi totalità della nazione.
Quando il 17 giugno 1789 si proclamò Assemblea Nazionale, si verificò uno dei più grandi cambiamenti politici della storia moderna.
Per la prima volta il principio della sovranità nazionale sostituiva quello della sovranità monarchica.
Luigi XVI non comprese immediatamente la portata dell’evento.
Lo interpretò come una crisi istituzionale temporanea.
In realtà stava assistendo alla nascita della politica contemporanea.
La presa della Bastiglia: un simbolo più che una battaglia
Il 14 luglio 1789 il popolo di Parigi conquistò la Bastiglia.
Dal punto di vista militare l’episodio ebbe un’importanza limitata.
La fortezza ospitava soltanto pochi detenuti.
La sua guarnigione era modesta.
Ciò che contava era il valore simbolico.
La Bastiglia rappresentava il potere assoluto del sovrano.
La sua caduta mostrò che la forza della monarchia non era più sufficiente a mantenere il controllo della situazione.
Ancora una volta Luigi XVI interpretò gli eventi come disordini destinati a esaurirsi rapidamente.
Quando gli comunicarono la notizia della presa della Bastiglia, avrebbe chiesto:
«È una rivolta?»
Il duca di La Rochefoucauld-Liancourt rispose con una frase destinata a diventare celebre:
«No, Sire. È una rivoluzione.»
Questa risposta sintetizzava perfettamente il problema fondamentale del sovrano.
Luigi XVI continuava a osservare gli eventi con le categorie politiche del passato.
La rivoluzione, invece, apparteneva già al futuro.
Non era una semplice ribellione popolare.
Era l’espressione politica di una trasformazione economica e sociale che avrebbe modificato definitivamente la storia europea.
La monarchia assoluta, fondata sul privilegio aristocratico e sul diritto divino, stava lasciando il posto a una società nella quale il potere sarebbe progressivamente passato nelle mani della borghesia, della proprietà, del capitale e della rappresentanza politica. Luigi XVI non comprese che tale processo non poteva essere arrestato con concessioni parziali o con il ricorso all’autorità tradizionale. Egli rimase prigioniero della cultura politica dell’Ancien Régime proprio mentre il mondo attorno a lui stava entrando nell’età contemporanea.
Dalla monarchia costituzionale alla fuga di Varennes: il sovrano contro la Rivoluzione
Se il 1789 aveva rappresentato il crollo simbolico dell’Ancien Régime, gli anni successivi dimostrarono che il problema fondamentale non consisteva più nel decidere se riformare la monarchia, ma nello stabilire se Luigi XVI fosse disposto ad accettare il nuovo principio della sovranità nazionale. In questa fase emerse con chiarezza il principale limite politico del sovrano: egli continuava a interpretare la Rivoluzione come una crisi temporanea destinata a essere ricondotta entro l’ordine tradizionale, mentre la società francese stava vivendo una trasformazione ormai irreversibile.
La borghesia rivoluzionaria non aspirava semplicemente a sostituire alcuni ministri o a modificare il sistema fiscale. Il suo obiettivo era ridefinire completamente il rapporto tra Stato, cittadino ed economia. Per questo motivo Luigi XVI e i rivoluzionari finirono inevitabilmente per parlare linguaggi politici differenti. Il re continuava a ragionare secondo la logica della monarchia assoluta; l’Assemblea nazionale stava invece costruendo le basi dello Stato moderno.
La fine dell’ordine feudale
Durante l’estate del 1789 la Francia fu attraversata dalla cosiddetta Grande Paura. Nelle campagne si diffusero rivolte contadine contro i castelli nobiliari, gli archivi feudali vennero incendiati e numerosi signori locali furono costretti ad abbandonare le proprie terre.
La notte del 4 agosto 1789 l’Assemblea Nazionale approvò una delle decisioni più rivoluzionarie della storia europea: l’abolizione dei privilegi feudali.
Fu un momento epocale.
Per quasi mille anni la società europea si era fondata sul privilegio ereditario.
In poche ore vennero formalmente cancellati diritti signorili, decime, privilegi fiscali e numerose prerogative della nobiltà.
Dal punto di vista economico il significato era enorme.
La proprietà privata, il lavoro produttivo e il capitale sostituivano definitivamente il privilegio di nascita come fondamento della ricchezza.
Era esattamente il modello sociale che la borghesia auspicava.
Luigi XVI accettò formalmente queste decisioni, ma non le condivise mai realmente.
Il sovrano riteneva che la monarchia dovesse conservare il proprio ruolo di garante dell’antico ordine sociale.
Anche quando firmava i decreti rivoluzionari, lo faceva nella speranza che la situazione potesse ancora tornare alla normalità.
Fu questo continuo atteggiamento ambiguo a distruggere progressivamente la fiducia dei rivoluzionari.
La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino
Il 26 agosto 1789 l’Assemblea approvò la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, uno dei documenti politici più influenti della storia.
Essa sanciva principi completamente incompatibili con la monarchia assoluta.
La sovranità apparteneva alla nazione.
Tutti gli uomini erano uguali davanti alla legge.
La proprietà privata era dichiarata un diritto naturale.
La libertà individuale diventava il fondamento dello Stato.
Non era semplicemente una riforma costituzionale.
Era una nuova filosofia della politica.
Il potere cessava di derivare da Dio per essere attribuito alla collettività nazionale.
Questo rappresentava il punto che Luigi XVI non riuscì mai ad accettare.
Per un sovrano educato nella tradizione del diritto divino, riconoscere che il potere appartenesse al popolo significava negare il fondamento stesso della monarchia.
Il conflitto non era dunque soltanto istituzionale.
Era filosofico.
Due concezioni della storia stavano entrando in collisione.
Il trasferimento a Parigi
L’ottobre del 1789 segnò un ulteriore punto di svolta.
La celebre marcia delle donne su Versailles costrinse il re e la famiglia reale a trasferirsi nel palazzo delle Tuileries, nel cuore di Parigi.
Formalmente Luigi XVI rimaneva sovrano.
In pratica era diventato il prigioniero della Rivoluzione.
Per la prima volta nella storia della monarchia francese il centro del potere non era più la corte, ma la capitale rivoluzionaria.
Il sovrano interpretò questo trasferimento come un’umiliazione personale.
I rivoluzionari lo consideravano invece una necessità politica.
La distanza tra le due parti continuava ad aumentare.
La monarchia costituzionale: un compromesso impossibile
Tra il 1790 e il 1791 molti deputati moderati tentarono di costruire una monarchia costituzionale sul modello britannico.
L’obiettivo era conservare il re come capo dello Stato limitandone però rigidamente i poteri.
In teoria questa soluzione avrebbe potuto evitare la guerra civile.
In pratica richiedeva una condizione fondamentale.
Il re avrebbe dovuto accettare sinceramente il nuovo sistema.
Luigi XVI non lo fece mai.
Continuò a firmare decreti rivoluzionari, ma contemporaneamente cercava ogni occasione per rallentarne l’applicazione.
Faceva uso del veto.
Ritardava le decisioni.
Intratteneva corrispondenza segreta con gli aristocratici emigrati.
Questa duplicità distrusse rapidamente ogni possibilità di collaborazione.
I moderati iniziarono a perdere credibilità.
I rivoluzionari più radicali acquistarono invece crescente consenso.
Ancora una volta il comportamento del sovrano favorì esattamente ciò che desiderava evitare.
Maria Antonietta e la corte
In questa fase acquistò enorme importanza l’influenza esercitata dalla regina Maria Antonietta.
Figlia dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria e sorella dell’imperatore Leopoldo II, la regina manteneva stretti rapporti con la corte di Vienna.
Molti francesi la consideravano ormai una straniera.
La propaganda rivoluzionaria contribuì ulteriormente ad alimentare questa immagine.
Sebbene numerose accuse rivolte alla regina fossero chiaramente esagerate o inventate, è altrettanto vero che Maria Antonietta sostenne con convinzione la necessità di un intervento delle monarchie europee.
Ella riteneva impossibile qualsiasi compromesso con la Rivoluzione.
Anche Luigi XVI finì progressivamente per condividere questa convinzione.
Fu uno degli errori più gravi della monarchia.
La fuga di Varennes
Tra il 20 e il 21 giugno 1791 si verificò l’episodio destinato a cambiare definitivamente il giudizio dell’opinione pubblica sul sovrano.
La famiglia reale tentò di lasciare Parigi.
Il progetto prevedeva di raggiungere Montmédy, vicino al confine, dove erano concentrate truppe fedeli al re.
Da quella posizione Luigi XVI sperava di poter negoziare da una posizione di forza oppure preparare una controffensiva militare.
Il piano, tuttavia, fallì.
Riconosciuto nella cittadina di Varennes, il re venne arrestato e ricondotto a Parigi tra due ali di folla silenziosa.
Dal punto di vista politico il danno fu irreparabile.
Fino a quel momento molti francesi avevano ancora creduto nella possibilità di una monarchia costituzionale.
Dopo Varennes divenne evidente che il sovrano non aveva mai realmente accettato la Rivoluzione.
La fiducia era definitivamente spezzata.
Il significato storico della fuga
La fuga di Varennes non rappresentò soltanto un errore tattico.
Fu la dimostrazione concreta dell’incapacità di Luigi XVI di comprendere il nuovo equilibrio politico.
Il sovrano continuava a pensare che il proprio prestigio personale fosse sufficiente a ricostruire l’autorità monarchica.
Ignorava invece il fatto che il vero protagonista della storia fosse ormai diventato un soggetto collettivo.
La nazione.
La borghesia aveva ormai conquistato il controllo delle istituzioni.
Le città sostenevano il nuovo ordine.
I professionisti occupavano l’amministrazione.
Gli imprenditori finanziavano l’economia.
I giornali modellavano l’opinione pubblica.
L’antica monarchia non era più il centro della vita politica.
Per Luigi XVI questo cambiamento risultava incomprensibile.
Continuava a considerare il consenso popolare come un elemento secondario rispetto alla legittimità dinastica.
Era una concezione appartenente al XVII secolo, mentre la Francia stava entrando nell’età contemporanea.
Un sovrano fuori dal proprio tempo
Molti storici hanno discusso se Luigi XVI fosse un uomo incapace oppure semplicemente sfortunato.
Probabilmente entrambe le interpretazioni colgono soltanto una parte della realtà.
Il vero problema consisteva nella sua formazione culturale.
Era stato educato per governare una monarchia assoluta.
Non possedeva gli strumenti intellettuali per comprendere una rivoluzione sociale.
La sua mentalità apparteneva ancora all’Europa costruita da Luigi XIV.
La Francia del 1791 era invece già il laboratorio della futura Europa liberale.
La crescita del capitalismo, l’espansione del commercio internazionale, la diffusione della stampa, l’aumento dell’alfabetizzazione e il protagonismo della borghesia avevano modificato definitivamente il rapporto tra economia e politica.
Luigi XVI interpretò questi fenomeni come semplici disordini.
In realtà erano i sintomi della nascita di una nuova civiltà.
La fuga di Varennes segnò dunque il punto di non ritorno. Da quel momento il sovrano cessò di essere percepito come il possibile garante della Costituzione e iniziò a essere considerato il principale ostacolo alla Rivoluzione. Il processo di radicalizzazione politica accelerò rapidamente, mentre all’estero le grandi monarchie europee osservavano con crescente preoccupazione ciò che stava accadendo in Francia. Fu proprio in questo contesto che Luigi XVI intensificò i suoi contatti segreti con le corti straniere, convinto che solo un intervento militare esterno avrebbe potuto restaurare il potere monarchico. Questa scelta avrebbe aperto la strada agli eventi decisivi del 1792 e, infine, alla caduta definitiva della monarchia.
I contatti con le monarchie europee, la guerra rivoluzionaria e il tramonto definitivo della monarchia
La fuga di Varennes rappresentò il momento in cui Luigi XVI perse definitivamente la fiducia di una parte consistente della popolazione francese. Tuttavia, ciò che avvenne nei mesi successivi fu ancora più decisivo. Convinto che la Rivoluzione non potesse essere fermata dall’interno, il sovrano ripose ormai ogni speranza nell’intervento delle grandi monarchie europee. Questa scelta segnò la rottura definitiva tra il re e la nazione e accelerò un processo che avrebbe condotto prima alla guerra rivoluzionaria e poi alla sua esecuzione.
Paradossalmente, ogni tentativo di Luigi XVI di salvare la monarchia contribuì invece ad affrettarne la caduta. Ancora una volta il sovrano dimostrò di non comprendere che la storia stava seguendo una direzione completamente diversa rispetto a quella immaginata dalle dinastie europee.
L’Europa osserva con paura la Rivoluzione
La Rivoluzione francese non costituiva un problema esclusivamente interno.
Essa metteva in discussione il principio sul quale si fondava l’intero sistema politico europeo.
Dal Congresso di Westfalia fino alla fine del XVIII secolo, l’Europa era governata da monarchie dinastiche che traevano la propria legittimità dalla tradizione, dalla religione e dalla continuità delle case regnanti.
La Francia rivoluzionaria proponeva invece un principio completamente nuovo.
Il potere apparteneva alla nazione.
Il sovrano non era più il proprietario dello Stato.
Lo Stato apparteneva ai cittadini.
Questa semplice affermazione costituiva una minaccia enorme per tutti gli imperi europei.
L’Austria degli Asburgo.
La Prussia degli Hohenzollern.
La Russia dei Romanov.
La Spagna dei Borbone.
Perfino la Gran Bretagna, pur essendo una monarchia parlamentare, guardava con crescente preoccupazione alla radicalizzazione della Rivoluzione.
Le corti europee compresero immediatamente che, se le idee francesi si fossero diffuse oltre i confini, avrebbero potuto provocare rivoluzioni analoghe in tutto il continente.
Maria Antonietta e il collegamento con Vienna
All’interno della corte francese la figura centrale nei rapporti con l’estero era Maria Antonietta.
Essendo sorella dell’imperatore Leopoldo II d’Asburgo, disponeva di canali privilegiati con Vienna.
Fin dai primi mesi della Rivoluzione la regina iniziò una fitta corrispondenza segreta con l’Austria.
Lo scopo era duplice.
Da un lato ottenere pressioni diplomatiche sulla Francia rivoluzionaria.
Dall’altro preparare un eventuale intervento militare capace di restaurare l’autorità monarchica.
Luigi XVI inizialmente mantenne un atteggiamento prudente.
Con il fallimento della monarchia costituzionale, tuttavia, finì per condividere completamente questa strategia.
Il re cominciò così a trasmettere informazioni riservate alle corti straniere.
Suggeriva tempi.
Indicava le divisioni presenti tra i rivoluzionari.
Descriveva la situazione militare francese.
Sperava che un esercito straniero potesse riportarlo sul trono con pieni poteri.
Dal suo punto di vista non si trattava di un tradimento.
Egli riteneva di difendere la monarchia legittima contro una ribellione illegale.
Dal punto di vista della Rivoluzione, invece, il comportamento del sovrano equivaleva a collaborare con potenze nemiche.
I nobili emigrati
Nel frattempo migliaia di aristocratici avevano abbandonato la Francia.
Molti di essi si stabilirono nei territori tedeschi lungo il Reno oppure nelle Fiandre austriache.
Tra questi emigrati figuravano anche i fratelli del re.
Essi organizzarono rapidamente una vera attività diplomatica presso le corti europee.
L’obiettivo era convincere Austria e Prussia a intervenire militarmente.
Questi aristocratici erano convinti che sarebbe bastata una rapida avanzata degli eserciti monarchici perché il popolo francese abbandonasse la Rivoluzione.
Era un’illusione.
Come Luigi XVI, anche gran parte dell’aristocrazia europea continuava a sottovalutare la profondità delle trasformazioni sociali in atto.
Credevano di trovarsi di fronte a una semplice sommossa.
Non avevano compreso che il potere stava progressivamente passando nelle mani della borghesia nazionale.
La Dichiarazione di Pillnitz
Nell’agosto del 1791 Leopoldo II e Federico Guglielmo II di Prussia firmarono la celebre Dichiarazione di Pillnitz.
Il documento prometteva un intervento internazionale qualora tutte le grandi potenze europee fossero state d’accordo.
In termini pratici la dichiarazione aveva un valore limitato.
Dal punto di vista politico, invece, ebbe effetti enormi.
I rivoluzionari interpretarono il documento come la prova dell’esistenza di una grande alleanza monarchica contro la Francia.
I sospetti nei confronti di Luigi XVI aumentarono ulteriormente.
Ogni decisione del sovrano veniva ormai letta alla luce dei suoi rapporti segreti con Vienna.
La fiducia era ormai completamente scomparsa.
La guerra rivoluzionaria
Nell’aprile del 1792 la Francia dichiarò guerra all’Austria.
Pochi mesi dopo anche la Prussia entrò nel conflitto.
Molti deputati francesi ritenevano che la guerra avrebbe consolidato la Rivoluzione.
Luigi XVI, invece, nutriva una speranza opposta.
Era convinto che una sconfitta militare francese avrebbe consentito alle monarchie europee di restaurare il suo potere.
Fu probabilmente l’errore politico più grave della sua vita.
Il sovrano finì così per desiderare il fallimento del proprio esercito.
Ancora una volta emergeva la totale incomprensione del momento storico.
Luigi XVI continuava a identificare lo Stato con la monarchia.
La Rivoluzione aveva invece separato definitivamente questi due concetti.
La Francia poteva sopravvivere senza il re.
Il re, invece, non poteva più sopravvivere senza la Francia.
Il Manifesto di Brunswick
Nel luglio del 1792 il comandante delle forze austro-prussiane, il duca di Brunswick, pubblicò un manifesto destinato a diventare uno dei più grandi errori diplomatici del XVIII secolo.
Il documento minacciava la completa distruzione di Parigi qualora fosse stata arrecata la minima offesa alla famiglia reale.
L’obiettivo era intimidire i rivoluzionari.
L’effetto fu esattamente opposto.
La popolazione interpretò il manifesto come la prova definitiva della collaborazione tra Luigi XVI e gli eserciti invasori.
La monarchia venne ormai considerata una quinta colonna delle potenze straniere.
Le posizioni moderate scomparvero rapidamente.
La rivoluzione entrò nella sua fase più radicale.
Il 10 agosto 1792
L’assalto al palazzo delle Tuileries rappresentò la fine della monarchia.
I sanculotti, sostenuti dalla Guardia Nazionale e dai volontari rivoluzionari, attaccarono il palazzo reale.
Le Guardie Svizzere combatterono con grande coraggio ma vennero quasi completamente massacrate.
Luigi XVI cercò rifugio presso l’Assemblea Legislativa.
Era ormai un sovrano senza potere.
Pochi giorni dopo fu sospeso dalle proprie funzioni.
La monarchia costituzionale cessava di esistere.
Il 21 settembre 1792 la Convenzione Nazionale proclamò ufficialmente la Repubblica.
Per la prima volta dopo oltre mille anni la Francia non aveva più un re.
La scoperta dell’armadio di ferro
Pochi mesi dopo emerse un episodio destinato a compromettere definitivamente la posizione del sovrano.
Nel palazzo delle Tuileries venne scoperto il celebre Armoire de Fer, un armadio segreto contenente numerosi documenti riservati.
Essi dimostravano l’esistenza di una fitta rete di corrispondenza tra Luigi XVI, aristocratici emigrati e personalità controrivoluzionarie.
Pur essendo ancora oggetto di dibattito tra gli storici il reale significato di alcuni documenti, il loro effetto politico fu devastante.
Per l’opinione pubblica costituivano la prova definitiva del tradimento.
Il processo
Nel dicembre del 1792 Luigi Capeto — come ormai veniva chiamato per sottolineare che non era più re — comparve davanti alla Convenzione.
Le accuse erano gravissime.
Tradimento della nazione.
Complotto contro la libertà.
Collaborazione con potenze straniere.
Violazione della Costituzione.
Il dibattito fu estremamente acceso.
I Girondini proponevano maggiore prudenza.
I Montagnardi, guidati da Robespierre, sostenevano invece che il processo fosse una necessità politica.
Secondo Robespierre il problema non consisteva nello stabilire se Luigi XVI fosse colpevole.
La monarchia stessa era incompatibile con la sovranità popolare.
Perché la Repubblica potesse vivere, il re doveva morire.
Era una logica rivoluzionaria radicale, ma perfettamente coerente con il nuovo principio della sovranità nazionale.
La condanna
Il 15 gennaio 1793 la Convenzione dichiarò Luigi XVI colpevole.
Due giorni dopo venne approvata la condanna a morte con una maggioranza relativamente ristretta.
Il 21 gennaio il sovrano fu ghigliottinato in Place de la Révolution.
Moriva così una persona generalmente descritta come mite, religiosa e personalmente onesta.
Ma moriva soprattutto un’istituzione.
Con la sua esecuzione terminava definitivamente l’idea medievale della monarchia di diritto divino.
Da quel momento il principio della sovranità popolare sarebbe diventato uno degli elementi fondamentali della politica moderna.
L’esecuzione di Luigi XVI non rappresentò soltanto la fine di un re. Fu il simbolo della vittoria definitiva di una nuova classe dirigente. La borghesia, ormai protagonista dell’economia, della cultura e delle istituzioni, aveva definitivamente conquistato il potere politico. Il mondo feudale lasciava il posto alla società del capitale, della rappresentanza parlamentare e dello Stato nazionale. Luigi XVI non comprese mai che stava combattendo contro una trasformazione storica di portata epocale, una trasformazione che nessun esercito europeo avrebbe potuto arrestare.
L’incapacità di comprendere la storia: Luigi XVI di fronte all’ascesa della borghesia e alla nascita del mondo contemporaneo
La morte di Luigi XVI non rappresentò soltanto la conclusione di una vicenda personale o la fine della monarchia francese. Essa sancì soprattutto la vittoria di un nuovo modello storico destinato a trasformare l’intero continente europeo. La Rivoluzione francese, infatti, non eliminò semplicemente una dinastia, ma pose fine a un sistema politico e sociale che aveva governato l’Europa per secoli.
Molti sovrani, dopo il 1789, continuarono a credere che la Rivoluzione fosse una parentesi destinata a chiudersi rapidamente. Anche Luigi XVI condivise questa convinzione fino all’ultimo giorno della propria vita. Egli non comprese mai che le rivoluzioni non sono soltanto eventi politici, ma il risultato di trasformazioni economiche, sociali e culturali maturate nel corso di decenni. Quando queste trasformazioni raggiungono un punto di non ritorno, nessuna autorità tradizionale è più in grado di arrestarle.
Per questo motivo Luigi XVI può essere considerato uno dei grandi protagonisti tragici della storia: un uomo educato per governare un mondo che stava già scomparendo.
La storia non cambia per volontà dei sovrani
Uno degli errori più frequenti consiste nel credere che siano i grandi uomini a determinare il corso della storia.
La vicenda di Luigi XVI dimostra invece il contrario.
Il re possedeva ancora il più prestigioso trono d’Europa.
Controllava un enorme apparato amministrativo.
Disponeva di un esercito numeroso.
Era sostenuto dalle principali monarchie del continente.
Eppure non riuscì a impedire il crollo dell’Ancien Régime.
La ragione è semplice.
Le strutture economiche della società erano già cambiate.
L’economia francese non era più quella del Seicento.
Il commercio internazionale produceva ricchezze enormi.
Le città crescevano rapidamente.
La manifattura si espandeva.
Le professioni liberali acquisivano crescente importanza.
Il credito bancario diventava essenziale per lo sviluppo economico.
Lo Stato stesso dipendeva ormai dalla capacità finanziaria della borghesia.
Il potere economico si era progressivamente trasferito dalle grandi famiglie aristocratiche ai proprietari del capitale.
Il potere politico, invece, continuava a rimanere nelle mani della nobiltà.
Era questa contraddizione a rendere inevitabile la crisi.
La borghesia come nuova classe dirigente
La Rivoluzione francese viene spesso descritta come una rivolta del popolo.
Questa definizione è solo parzialmente corretta.
Le masse popolari svolsero certamente un ruolo decisivo durante le giornate rivoluzionarie.
Furono i sanculotti a difendere Parigi.
Furono i contadini ad abbattere il sistema feudale.
Furono i volontari a salvare militarmente la Rivoluzione.
Ma il progetto politico apparteneva soprattutto alla borghesia.
I principali protagonisti della fase iniziale della Rivoluzione erano avvocati, magistrati, notai, imprenditori, medici, commercianti e professionisti.
Essi rappresentavano il gruppo sociale più dinamico della Francia.
Producevano ricchezza.
Gestivano il credito.
Amministravano il commercio.
Dirigevano le attività produttive.
Possedevano un elevato livello di istruzione.
Tuttavia erano ancora esclusi dal potere politico tradizionale.
La Rivoluzione consentì a questa classe sociale di trasformare il proprio peso economico in potere istituzionale.
Da questo punto di vista Luigi XVI non fu sconfitto semplicemente da Robespierre o da Danton.
Fu sconfitto dall’evoluzione stessa dell’economia europea.
Un conflitto tra due modelli di società
Il vero scontro del 1789 non oppose soltanto monarchici e rivoluzionari.
Mise di fronte due differenti concezioni dell’organizzazione sociale.
Da una parte vi era il modello feudale.
Una società fondata sul privilegio ereditario.
Sulla proprietà fondiaria.
Sui diritti signorili.
Sulle corporazioni.
Sul controllo statale dell’economia.
Sull’ordine gerarchico tradizionale.
Dall’altra emergeva il modello borghese.
Una società costruita sulla proprietà privata.
Sul mercato.
Sul contratto.
Sul capitale.
Sulla libera iniziativa economica.
Sul merito individuale.
Sull’uguaglianza giuridica.
La monarchia cercò di difendere il primo modello.
La Rivoluzione impose definitivamente il secondo.
Questa trasformazione avrebbe caratterizzato tutto il XIX secolo.
Perché Luigi XVI non comprese la borghesia
Il sovrano osservava ancora la società attraverso categorie medievali.
Per lui il prestigio derivava principalmente dalla nascita.
La nobiltà costituiva il naturale ceto dirigente.
La Chiesa rappresentava il fondamento morale dello Stato.
La monarchia era il centro dell’ordine politico.
La borghesia, invece, ragionava secondo criteri completamente differenti.
La ricchezza nasceva dall’attività economica.
Il credito produceva sviluppo.
L’industria generava occupazione.
Il commercio collegava i mercati.
La legge doveva garantire sicurezza agli investimenti.
Lo Stato doveva favorire la crescita economica.
Non era soltanto una diversa visione politica.
Era una diversa concezione della società.
Luigi XVI non comprese che il potere si stava spostando progressivamente dalle campagne alle città.
Dalla terra al capitale.
Dall’aristocrazia agli imprenditori.
Dalla nobiltà ai professionisti.
Questo processo era iniziato molto prima della Rivoluzione e sarebbe continuato ben oltre la sua morte.
Il fallimento dell’intervento straniero
Il sovrano nutrì fino all’ultimo una convinzione destinata a rivelarsi errata.
Pensava che le grandi monarchie europee avrebbero potuto restaurare l’ordine tradizionale.
Austria e Prussia intervennero realmente.
Successivamente entrarono in guerra quasi tutte le principali potenze europee.
Cominciò una lunga stagione di conflitti.
Eppure nessuna coalizione riuscì a cancellare definitivamente gli effetti della Rivoluzione.
Anche quando Napoleone venne sconfitto nel 1815 e i Borbone tornarono sul trono francese, il mondo era ormai cambiato.
Il feudalesimo non fu restaurato.
La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo non scomparve.
La proprietà privata rimase il fondamento della società.
L’uguaglianza giuridica non venne abolita.
Il Codice Civile sopravvisse.
La borghesia continuò a governare l’economia.
Le monarchie restaurate conservarono la corona, ma non recuperarono il vecchio ordine assolutistico.
Questo dimostra come Luigi XVI avesse completamente sopravvalutato la forza delle dinastie europee e sottovalutato la profondità delle trasformazioni sociali.
Un re fuori dal tempo
La tragedia personale di Luigi XVI consiste nell’essere stato un uomo onesto in un’epoca rivoluzionaria.
Non possedeva il cinismo politico di molti sovrani.
Non era particolarmente crudele.
Non governava attraverso il terrore.
Era sinceramente convinto di adempiere al proprio dovere.
Ma la storia raramente premia le buone intenzioni.
Essa premia soprattutto la capacità di comprendere i cambiamenti.
Luigi XVI non riuscì mai a interpretare il proprio tempo.
Scambiò una rivoluzione sociale per una crisi politica.
Scambiò una trasformazione economica per una congiura.
Scambiò l’ascesa della borghesia per una ribellione temporanea.
Quando comprese la gravità della situazione era ormai troppo tardi.
L’eredità della Rivoluzione
La morte del sovrano aprì una nuova fase della storia europea.
Durante il XIX secolo quasi tutti gli Stati del continente furono costretti ad affrontare lo stesso problema.
Come integrare la borghesia all’interno delle istituzioni politiche?
Le rivoluzioni del 1820, del 1830 e soprattutto del 1848 dimostrarono che la questione rimaneva aperta.
Anche laddove le monarchie sopravvissero, esse furono costrette ad accettare costituzioni, parlamenti, diritti civili e una crescente partecipazione politica della società.
La Francia aveva semplicemente anticipato un processo destinato a coinvolgere tutta l’Europa.
Da questo punto di vista Luigi XVI fu il primo grande sovrano sconfitto dalla modernità.
L’incapacita’ di comprendere il presente e il futuro
La figura di Luigi XVI continua ancora oggi a suscitare interpretazioni contrastanti. Alcuni storici lo descrivono come un sovrano debole e incapace; altri sottolineano la sua onestà personale e le difficoltà straordinarie che dovette affrontare. Entrambe le letture contengono elementi di verità, ma risultano incomplete se non vengono inserite nel più ampio quadro della trasformazione economica e sociale del XVIII secolo.
La sua vera sconfitta non fu quella militare né quella giudiziaria. Luigi XVI perse perché rimase legato a una concezione del potere che apparteneva ormai al passato. Continuò a credere nella monarchia di diritto divino mentre la sovranità nazionale stava diventando il nuovo principio della politica europea; confidò nel sostegno dell’aristocrazia mentre il capitale e il commercio trasferivano il potere economico nelle mani della borghesia; cercò l’appoggio delle monarchie straniere senza comprendere che nessun esercito avrebbe potuto arrestare un cambiamento già radicato nella società.
La Rivoluzione francese dimostrò che il potere politico, prima o poi, tende ad allinearsi con quello economico. Nel XVIII secolo la borghesia aveva ormai conquistato la ricchezza, la cultura, il credito e l’organizzazione produttiva; il 1789 segnò il momento in cui conquistò anche il governo dello Stato. Luigi XVI fu l’ultimo grande sovrano dell’Europa feudale e il primo a essere travolto dall’età contemporanea. La sua vicenda costituisce ancora oggi una lezione fondamentale: nessuna istituzione, per quanto antica e prestigiosa, può sopravvivere se non è capace di comprendere e interpretare il corso della storia.