La Russia come retrovia energetica e mineraria della Cina
La competizione tra Stati Uniti e Cina non può essere interpretata soltanto attraverso la dimensione militare, tecnologica o commerciale. Al centro della rivalità tra Washington e Pechino esiste una questione ancora più profonda: il controllo delle risorse necessarie al funzionamento dell’economia industriale contemporanea. Energia, petrolio, gas naturale, carbone, metalli, minerali critici e materie prime strategiche costituiscono infatti la base materiale sulla quale si sviluppano produzione industriale, infrastrutture, trasporti, elettronica, industria automobilistica, batterie, tecnologie avanzate, aerospazio e difesa.
In questa prospettiva, la relazione tra Cina e Russia assume un significato che va ben oltre la semplice cooperazione commerciale. La Russia rappresenta per la Cina una gigantesca piattaforma continentale di approvvigionamento situata direttamente a nord del proprio territorio, dotata di immense riserve energetiche e minerarie e collegabile, almeno per una parte crescente dei flussi, attraverso infrastrutture terrestri. È questo elemento geografico a modificare profondamente l’equazione strategica.
La Cina è infatti una grande potenza industriale fortemente dipendente dall’importazione di materie prime. Ma una parte significativa della sua vulnerabilità deriva dal fatto che molte risorse arrivano via mare e attraversano rotte sulle quali gli Stati Uniti e i loro alleati possiedono una capacità di presenza e interdizione superiore a quella cinese. Da qui nasce uno dei grandi problemi strategici di Pechino: non soltanto procurarsi le risorse, ma assicurarsi che esse possano raggiungere il territorio cinese anche in presenza di una grave crisi internazionale.
È precisamente in questo spazio che la Russia acquista un valore particolare.
Mosca non è semplicemente un fornitore di petrolio e gas. È un fornitore continentale. Le sue risorse possono raggiungere la Cina attraverso oleodotti, gasdotti, ferrovie e corridoi terrestri, riducendo almeno per alcune categorie di merci la dipendenza dalle rotte marittime controllate o influenzabili dalle potenze navali occidentali.
I dati disponibili confermano la profondità raggiunta da questa relazione. Nel 2025 la Russia ha rappresentato circa il 20% delle importazioni petrolifere cinesi e le forniture di gas attraverso il gasdotto Power of Siberia hanno raggiunto 38,8 miliardi di metri cubi, superando la capacità nominale precedentemente prevista. La Russia è inoltre diventata un importante fornitore di LNG alla Cina.
Il significato strategico di questi numeri è più importante della semplice dimensione commerciale. Pechino sta progressivamente costruendo una struttura di approvvigionamento nella quale una parte rilevante delle proprie necessità può essere soddisfatta da un vicino continentale.
Ed è qui che la strategia cinese di lungo periodo assume una logica particolare.
Il vantaggio geografico della Russia
La geografia rappresenta uno degli elementi più sottovalutati nella competizione tra grandi potenze. La Cina possiede una straordinaria capacità industriale, ma gran parte delle risorse che alimentano la sua economia devono essere importate. Petrolio e gas provenienti dal Medio Oriente, dall’Africa e da altri produttori devono attraversare mari e stretti prima di raggiungere i porti cinesi.
La Russia costituisce invece una realtà completamente diversa.
La frontiera terrestre russo-cinese elimina, almeno in parte, la necessità di dipendere dalle principali rotte marittime. Questo non significa che la Cina possa sostituire integralmente le importazioni marittime con quelle terrestri: sarebbe una semplificazione. Il petrolio russo arriva anche attraverso porti e rotte marittime, mentre alcune infrastrutture terrestri presentano limiti di capacità. Tuttavia, la possibilità di utilizzare contemporaneamente vie terrestri e marittime aumenta la resilienza complessiva del sistema cinese.
La ferrovia, gli oleodotti e i gasdotti diventano quindi strumenti geopolitici.
Nel caso del carbone, per esempio, la Russia dispone di una vasta rete ferroviaria orientata verso est e nel 2024 la Cina ha assorbito il 49% delle esportazioni russe di carbone. L’Agenzia statunitense per l’informazione energetica sottolinea tuttavia anche i limiti infrastrutturali della Russia orientale, evidenziando come la capacità ferroviaria rappresenti un collo di bottiglia per una parte dei flussi.
Questa precisazione è importante perché consente di evitare una lettura eccessivamente semplicistica. La partnership russo-cinese non elimina le vulnerabilità logistiche, ma offre alla Cina qualcosa che le forniture provenienti da produttori lontani non possono garantire allo stesso modo: la possibilità di diversificare il percorso fisico di approvvigionamento.
Il punto decisivo non è dunque che “tutto il petrolio cinese possa arrivare dalla Russia”. Il punto è che una parte crescente delle risorse strategiche può essere acquisita attraverso un sistema continentale che Washington ha molte più difficoltà a interrompere rispetto alle rotte marittime.
Questa differenza cambia la natura stessa della deterrenza economica.
Power of Siberia e la costruzione di un corridoio energetico eurasiatico
Il caso più evidente è rappresentato dal gas naturale.
Il gasdotto Power of Siberia ha trasformato la geografia energetica dell’Asia settentrionale. La Russia, dopo la forte riduzione delle esportazioni verso l’Europa, ha trovato nella Cina un mercato sempre più importante; la Cina, contemporaneamente, ha acquisito una fonte energetica continentale di lungo periodo.
Il progetto Power of Siberia 2 amplia ulteriormente questa prospettiva. Nel settembre 2025 Russia e Cina hanno sottoscritto un memorandum vincolante per portare avanti il progetto, destinato a collegare le risorse russe dell’area di Yamal con la Cina passando attraverso la Mongolia. La capacità prevista è di circa 50 miliardi di metri cubi annui. Se realizzato secondo i piani, il nuovo gasdotto potrebbe portare le forniture russe complessive verso la Cina oltre i 100 miliardi di metri cubi annui.
Questo progetto ha un’importanza che supera il semplice mercato del gas.
Un gasdotto è infatti un’infrastruttura fisica permanente. Una volta costruito, crea un rapporto strutturale tra produttore e consumatore. Il produttore acquisisce un mercato stabile; il consumatore acquisisce una fonte di approvvigionamento che non dipende dalle condizioni quotidiane del traffico marittimo.
Per Pechino, ciò significa ridurre il rischio di dipendere esclusivamente dal LNG trasportato via mare.
Non significa che il rischio marittimo scompaia. Significa che il sistema energetico cinese diventa più difficile da sottoporre a una singola forma di interdizione.
È precisamente questo il concetto di resilienza strategica.
Dal petrolio alle materie prime industriali
La questione non riguarda però soltanto gli idrocarburi.
La Russia dispone di importanti risorse minerarie e di una base industriale legata all’estrazione di metalli, carbone, fertilizzanti e altre materie prime. Nel commercio bilaterale russo-cinese, le risorse naturali rappresentano una componente dominante delle esportazioni russe. Secondo MERICS, dal 2022 in poi circa il 70% del valore complessivo degli scambi è stato costituito mediamente da combustibili minerali, mentre altri minerali e metalli rappresentano ulteriori componenti rilevanti.
La Cina, dal canto suo, esporta verso la Russia soprattutto prodotti manifatturieri: macchinari, automobili, apparecchiature elettriche, elettronica e altri beni industriali. Si configura quindi una relazione caratterizzata da una complementarità molto evidente: la Russia dispone di risorse e materie prime, la Cina di capacità industriale e manifatturiera.
Questa complementarità è una delle basi materiali dell’avvicinamento tra i due Paesi.
Non si tratta necessariamente di un’alleanza fondata su una perfetta coincidenza di interessi politici. Russia e Cina hanno interessi propri, obiettivi autonomi e anche differenze. Ma esiste una convergenza economica particolarmente forte: Mosca necessita di mercati e tecnologie; Pechino necessita di energia, materie prime e profondità strategica.
La guerra economica occidentale contro la Russia ha paradossalmente accelerato questa convergenza. Le sanzioni hanno ridotto il mercato europeo per numerose esportazioni russe e hanno spinto Mosca a riorientare una parte crescente dei propri flussi verso l’Asia. La Cina è diventata quindi un mercato sempre più importante per l’economia russa, mentre la Russia è diventata un fornitore sempre più importante per la Cina.
La vulnerabilità energetica della Cina e il problema dello Stretto di Hormuz
Per comprendere il valore della Russia per Pechino bisogna osservare anche l’altra faccia del problema: il Medio Oriente.
La Cina importa enormi quantità di energia dal Golfo Persico. Una parte significativa di questi flussi attraversa lo Stretto di Hormuz, uno dei principali chokepoint energetici del pianeta.
Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2025 attraverso Hormuz sono transitati mediamente circa 20 milioni di barili al giorno di petrolio e prodotti petroliferi, pari a circa un quarto del commercio mondiale via mare di petrolio. Circa l’80% di questi flussi era diretto verso l’Asia.
Questo dato chiarisce immediatamente il problema.
Hormuz non è soltanto una questione mediorientale. È una questione asiatica e, in particolare, cinese.
Quando una crisi militare coinvolge l’Iran, quindi, Pechino non osserva semplicemente un conflitto regionale. Osserva una possibile perturbazione della propria sicurezza energetica.
Nel 2026 la crisi nello Stretto di Hormuz ha mostrato concretamente questa vulnerabilità. Analisi pubblicate durante il conflitto hanno evidenziato la forte esposizione delle navi cinesi e la difficoltà di mantenere normali flussi attraverso lo stretto.
È proprio in questo contesto che la Russia assume un valore ancora maggiore.
Se una parte delle forniture energetiche può essere sostituita attraverso il nord, la capacità di una potenza esterna di esercitare pressione esclusivamente sul sistema marittimo diminuisce.
La Russia diventa quindi una sorta di assicurazione geografica.
Iran e Venezuela: la conseguenza inattesa della pressione americana
La questione diventa particolarmente interessante quando si considera la politica statunitense nei confronti dell’Iran e del Venezuela.
L’obiettivo strategico attribuito da alcuni analisti alla politica americana è quello di ridurre la disponibilità di risorse energetiche a disposizione della Cina e di aumentare il costo dell’approvvigionamento cinese. Questa interpretazione deve essere distinta dalle dichiarazioni ufficiali e dalle motivazioni specifiche addotte da Washington per le proprie azioni, che comprendono anche questioni di sicurezza, non proliferazione, politica regionale e applicazione delle sanzioni.
Tuttavia, dal punto di vista degli effetti geopolitici, esiste un elemento difficilmente trascurabile: colpire o destabilizzare le fonti energetiche iraniane e venezuelane non elimina la necessità cinese di importare energia.
La Cina deve comunque alimentare il proprio apparato industriale.
Se una fonte viene ridotta, Pechino deve cercarne un’altra.
Ed è qui che la Russia può emergere come beneficiaria indiretta.
Un’analisi della Carnegie Endowment ha osservato che gli interventi americani in Iran e Venezuela possono rafforzare la posizione russa nel mercato energetico cinese, perché Mosca è in grado di aumentare le proprie esportazioni verso Pechino e di sostituire una parte delle forniture precedentemente provenienti da altri produttori.
Brookings ha analogamente evidenziato che, nel contesto della crisi del Golfo del 2026, l’aumento delle importazioni cinesi dalla Russia poteva contribuire a compensare la riduzione delle forniture iraniane. Secondo la stessa analisi, la Russia rappresentava già prima della crisi la principale fonte singola di petrolio per la Cina.
Il paradosso strategico è evidente: una politica finalizzata anche a ridurre l’accesso cinese a determinate risorse può produrre contemporaneamente un incentivo a rafforzare la dipendenza cinese da un altro grande produttore, la Russia.
Non significa che la Russia possa sostituire integralmente Iran e Venezuela. Le qualità del greggio, le infrastrutture, i prezzi, le raffinerie e le rotte logistiche sono differenti. Ma il principio strategico rimane valido: quando il mercato cinese perde una fonte di approvvigionamento, aumenta il valore marginale delle altre fonti disponibili.
Il Venezuela e la dimensione occidentale della questione
Il Venezuela presenta una situazione differente rispetto all’Iran, ma è ugualmente significativo.
La Cina ha costruito negli ultimi decenni un rapporto economico molto profondo con Caracas. Nel 2023 i due Paesi hanno elevato formalmente il rapporto a una “all-weather strategic partnership”, mentre Pechino è diventata il principale acquirente del petrolio venezuelano. La U.S.-China Economic and Security Review Commission osserva inoltre che una parte consistente del commercio petrolifero Venezuela-Cina non appare direttamente nelle statistiche ufficiali perché viene registrata attraverso Paesi terzi.
Questo significa che il Venezuela non è un elemento marginale nel sistema energetico cinese.
Ma presenta una caratteristica fondamentale che lo distingue dalla Russia: è lontanissimo dalla Cina.
Il petrolio venezuelano deve attraversare gli oceani. La Russia invece confina con la Cina.
Da un punto di vista strategico, questa differenza è enorme.
Il petrolio venezuelano può essere economicamente conveniente, può offrire determinate caratteristiche qualitative alle raffinerie cinesi e può contribuire alla diversificazione. Ma rimane esposto alla vulnerabilità delle rotte marittime.
La Russia, invece, permette di costruire una relazione nella quale almeno una parte crescente delle forniture può essere sottratta alla logica del controllo marittimo.
L’Iran come punto di rottura della strategia energetica
L’Iran rappresenta una questione ancora più complessa.
Geograficamente, il Paese occupa una posizione centrale tra Asia centrale, Medio Oriente, Golfo Persico e Oceano Indiano. Ma il suo valore strategico non deriva soltanto dal petrolio. Deriva dalla combinazione tra territorio, popolazione, posizione geografica, risorse energetiche e controllo o influenza sulle vie di comunicazione regionali.
L’Iran è inoltre un Paese difficile da occupare militarmente. La sua geografia presenta grandi catene montuose, altopiani e vaste aree desertiche. Gli Zagros costituiscono una barriera naturale lungo il confine occidentale, mentre gli Alborz proteggono il settore settentrionale. Studi e analisi militari sulla geografia iraniana hanno sottolineato come distanza, montagne, deserti e profondità territoriale rendano particolarmente complessa una grande operazione terrestre.
Questo non significa che l’Iran sia immune da attacchi aerei o missilistici. Al contrario, la superiorità tecnologica statunitense e israeliana consente operazioni a grande distanza. Ma bombardare un Paese non equivale necessariamente a controllarne il territorio, né distruggere alcune infrastrutture equivale automaticamente a eliminare la capacità strategica di uno Stato.
Questa distinzione è fondamentale.
Una campagna militare può degradare infrastrutture energetiche e militari senza produrre necessariamente un controllo politico stabile del territorio. E proprio la differenza tra distruzione e controllo costituisce uno dei grandi problemi della strategia militare contemporanea.
Il problema di Hormuz: colpire l’Iran può danneggiare anche i consumatori asiatici
Esiste inoltre un paradosso ancora più importante.
Se l’obiettivo di una politica energetica è ridurre la capacità della Cina di procurarsi petrolio, una grave destabilizzazione dell’Iran può contemporaneamente provocare un aumento dei prezzi globali del petrolio e mettere sotto pressione proprio i Paesi asiatici che dipendono dalle importazioni.
Hormuz è infatti un chokepoint globale.
L’IEA stima che circa il 25% del commercio marittimo mondiale di petrolio passi attraverso lo stretto e che circa l’80% del petrolio che lo attraversa sia destinato all’Asia. Una crisi prolungata avrebbe quindi effetti non soltanto sull’Iran o sugli Stati Uniti, ma sull’intero sistema industriale asiatico.
Questo rende particolarmente difficile utilizzare l’energia come strumento di pressione senza produrre conseguenze collaterali.
L’aumento del prezzo del petrolio danneggia la Cina, ma danneggia anche Europa, Giappone, Corea del Sud e altri grandi consumatori. Allo stesso tempo, prezzi elevati possono migliorare le entrate dei produttori che riescono a mantenere le esportazioni.
In questo scenario, la Russia può ottenere un vantaggio strategico.
Se Mosca riesce a mantenere o aumentare le proprie esportazioni verso la Cina mentre i flussi mediorientali diventano più costosi o più rischiosi, il valore geopolitico della relazione russo-cinese cresce.
La Russia come “profondità strategica” cinese
Il concetto più interessante per comprendere questa dinamica è quello di profondità strategica.
La Cina non deve necessariamente trasformare la Russia in un alleato militare formale per trarre vantaggio dalla sua posizione geografica. È sufficiente che Mosca rimanga un partner stabile per l’approvvigionamento energetico e minerario, che le infrastrutture transfrontaliere continuino a funzionare e che i due Paesi mantengano un livello elevato di cooperazione economica.
La dichiarazione congiunta russo-cinese del maggio 2026 ha infatti sottolineato la cooperazione in petrolio, gas, carbone, energia nucleare e rinnovabili, oltre alla sicurezza delle infrastrutture energetiche transfrontaliere. I due Paesi hanno inoltre indicato la volontà di sviluppare cooperazione nell’estrazione congiunta di minerali e nella metallurgia.
Il concetto di partnership energetica si sta quindi allargando.
Non riguarda più soltanto “Russia vende petrolio alla Cina”.
Riguarda la costruzione di una filiera eurasiatica nella quale produzione di materie prime, energia, trasformazione industriale, infrastrutture, finanza e commercio vengono progressivamente collegati.
È una trasformazione qualitativa.
La complementarità tra due giganti
La Russia possiede ciò che alla Cina serve per alimentare la propria industria: energia, territorio, risorse naturali e profondità geografica.
La Cina possiede ciò che alla Russia serve per valorizzare economicamente quelle risorse: capitali, tecnologia industriale, capacità manifatturiera, mercati e infrastrutture commerciali.
È questa complementarità a rendere il rapporto particolarmente resistente.
Mosca non ha interesse a perdere il mercato cinese perché la Cina è diventata uno dei principali sbocchi per le sue esportazioni energetiche. Pechino, a sua volta, ha interesse a mantenere aperto il rapporto con Mosca perché la Russia rappresenta una delle poche grandi potenze in grado di fornire enormi quantità di risorse direttamente sul continente asiatico.
Il rapporto non è quindi necessariamente basato su una totale fiducia politica reciproca. È fondato anche su una convergenza strutturale degli interessi.
Ed è proprio questa caratteristica a renderlo importante.
La strategia americana e il rischio dell’effetto contrario
Da questa prospettiva, la strategia statunitense di pressione sulle fonti energetiche iraniane e venezuelane può produrre un effetto controintuitivo.
Se l’obiettivo è impedire alla Cina di accedere alle risorse necessarie alla propria crescita, allora la semplice riduzione delle forniture provenienti da Iran e Venezuela non è sufficiente. Bisogna impedire anche che Pechino possa sostituirle con altre fonti.
Ma qui emerge il problema russo.
La Russia è una delle pochissime potenze mondiali capaci di offrire contemporaneamente grandi quantità di petrolio, gas e altre materie prime, oltre a possedere un confine terrestre con la Cina.
Una strategia che aumentasse la vulnerabilità cinese delle rotte marittime potrebbe quindi spingere Pechino a investire ancora di più nei corridoi continentali.
In altre parole, la pressione esterna può accelerare la diversificazione strategica cinese.
Non è una certezza automatica e non significa che ogni azione americana produca necessariamente un vantaggio per Mosca. Ma rappresenta una dinamica da considerare.
La storia delle relazioni internazionali mostra infatti che le sanzioni e le pressioni economiche non eliminano necessariamente gli scambi: spesso li riorientano.
È esattamente ciò che è accaduto, almeno in parte, dopo il 2022 con il commercio energetico russo.
L’Europa ha ridotto drasticamente la propria dipendenza da alcune forniture russe, mentre la Russia ha aumentato il peso dell’Asia nei propri flussi commerciali. La Cina è diventata uno dei principali beneficiari di questo processo.
Dalla dipendenza marittima alla sicurezza continentale
La conseguenza strategica più importante è quindi la trasformazione della sicurezza energetica cinese.
Per decenni la crescita economica cinese è stata accompagnata da una crescente dipendenza dal commercio marittimo. Questa caratteristica ha alimentato la costruzione della Marina cinese e la strategia di protezione delle rotte.
Ma la partnership con la Russia permette di aggiungere una seconda dimensione: la sicurezza continentale.
La Cina può così costruire una struttura energetica composta da più livelli: Medio Oriente, Africa, Russia, Asia centrale, produzione interna, riserve strategiche, LNG, energia nucleare e fonti rinnovabili.
La Russia rappresenta però un elemento particolare perché unisce due caratteristiche: scala delle risorse e contiguità geografica.
Il valore della Russia per Pechino non è dunque semplicemente quello di essere “un altro fornitore”.
È quello di essere il grande fornitore continentale.
Le materie prime come fondamento della potenza industriale
Questa dinamica assume ancora maggiore importanza se si considera che la competizione tecnologica contemporanea non può essere separata dalle materie prime.
L’industria delle batterie necessita di litio, nichel, cobalto, grafite e altri materiali. L’elettronica necessita di metalli e minerali specifici. L’aerospazio e la difesa richiedono materiali ad alte prestazioni. La transizione energetica richiede quantità enormi di rame, alluminio, litio, nichel, grafite e terre rare.
L’Agenzia internazionale dell’energia ha evidenziato nel 2026 come la concentrazione geografica della raffinazione rimanga elevatissima per numerosi minerali critici e come le restrizioni all’esportazione abbiano trasformato la sicurezza delle materie prime in una questione di sicurezza economica nazionale.
Questo significa che il controllo della catena industriale non dipende soltanto dal controllo delle miniere.
Dipende dal controllo dell’intera filiera: estrazione, trasporto, raffinazione, trasformazione, tecnologia e produzione finale.
La Cina possiede una posizione dominante in molte fasi della trasformazione e della manifattura. La Russia dispone invece di enormi risorse naturali. La complementarità tra i due Paesi diventa quindi potenzialmente ancora più importante nel lungo periodo.
Verso un blocco economico eurasiatico?
Sarebbe però eccessivo parlare automaticamente della nascita di un blocco economico completamente integrato e privo di contraddizioni.
Russia e Cina non sono economie identiche. La Cina è molto più grande economicamente e industrialmente; la Russia possiede una struttura economica fortemente dipendente dalle esportazioni di materie prime. Esistono inoltre interessi differenti in Asia centrale, nell’Artico, nell’energia e nei rapporti con l’India.
La relazione è quindi asimmetrica.
Tuttavia, l’asimmetria non impedisce la convergenza. Anzi, in alcuni settori può rafforzarla.
La Russia ha bisogno del mercato cinese; la Cina ha bisogno delle risorse russe.
Questa interdipendenza crea un rapporto nel quale entrambi gli attori hanno incentivi concreti a mantenere aperti i canali di cooperazione.
Il paradosso finale
Si arriva così al paradosso centrale della questione.
Se Washington considera la crescita economica cinese una delle principali sfide alla propria posizione globale e cerca di ridurre l’accesso cinese alle risorse energetiche attraverso la pressione sui produttori come Iran e Venezuela, potrebbe contemporaneamente aumentare l’importanza strategica della Russia per la Cina.
La Cina avrebbe infatti un incentivo ancora maggiore a ridurre la propria esposizione alle rotte marittime vulnerabili e a sviluppare alternative continentali.
La Russia sarebbe la candidata naturale a fornire una parte di queste alternative.
Non significa che Mosca possa soddisfare tutte le esigenze cinesi. Non significa che Pechino diventerà totalmente indipendente dal Medio Oriente. Non significa neppure che la pressione sull’Iran o sul Venezuela sia necessariamente priva di efficacia economica.
Significa qualcosa di più preciso: la capacità di utilizzare il controllo delle risorse energetiche come strumento per contenere la Cina è limitata dalla possibilità cinese di riorganizzare le proprie fonti di approvvigionamento.
E tra queste fonti la Russia occupa una posizione particolare.
La Russia come interesse strategico vitale per Pechino
Per questo motivo i rapporti tra Pechino e Mosca possono assumere un carattere sempre più strategico e, sotto il profilo economico-energetico, potenzialmente vitale.
La Cina non ha bisogno della Russia soltanto perché la Russia possiede petrolio e gas.
Ha bisogno della Russia perché la Russia possiede petrolio, gas, carbone, metalli, territorio, infrastrutture terrestri e soprattutto una posizione geografica che consente di collegare le risorse russe direttamente al principale polo industriale asiatico.
Questa combinazione è difficilmente replicabile.
Il Medio Oriente dispone di enormi risorse energetiche, ma è separato dalla Cina da rotte marittime vulnerabili. Il Venezuela possiede riserve petrolifere immense, ma si trova dall’altra parte del pianeta. L’Africa possiede importanti risorse, ma presenta anch’essa una forte dipendenza dai trasporti marittimi.
La Russia è diversa.
È il grande produttore di risorse collocato direttamente alle porte della Cina.
E questo elemento geografico può diventare, nel lungo periodo, uno dei principali pilastri della sicurezza economica cinese.
Il limite della geopolitica del controllo
La grande lezione della competizione energetica contemporanea è che il controllo di una risorsa non coincide necessariamente con il controllo del sistema.
Gli Stati Uniti possono esercitare una straordinaria influenza sui mercati finanziari, sulle rotte marittime, sulle sanzioni e su numerosi produttori energetici. Ma la Cina può reagire attraverso diversificazione, accumulo di riserve, sostituzione tecnologica, accordi di lungo periodo e soprattutto attraverso la costruzione di corridoi terrestri.
La Russia rappresenta il principale elemento di questa strategia continentale.
Per Pechino, il rapporto con Mosca non è quindi soltanto una partnership diplomatica o una convergenza politica contro l’Occidente. È anche una questione di sicurezza materiale. Energia e materie prime devono arrivare fisicamente alle fabbriche cinesi. E più il sistema internazionale diventa conflittuale, più la sicurezza fisica delle catene di approvvigionamento assume un valore strategico.
La crisi iraniana rende evidente questo problema. Hormuz può essere vulnerabile, il Medio Oriente può essere destabilizzato e le forniture possono essere interrotte o rese più costose. Ma proprio per questo la Cina ha un incentivo ancora maggiore a consolidare le proprie alternative continentali.
Lo stesso vale per il Venezuela. La pressione su Caracas può ridurre una fonte di petrolio disponibile per la Cina, ma non elimina la domanda cinese. Una parte di quella domanda dovrà essere soddisfatta altrove.
E la Russia è uno dei pochi Paesi capaci di rispondere a questa esigenza su una scala realmente globale.
La conseguenza geopolitica potrebbe quindi essere diversa da quella perseguita da una strategia fondata esclusivamente sull’interdizione delle risorse. Invece di isolare la Cina, la pressione sulle rotte e sui fornitori marittimi può incentivare Pechino a costruire un sistema energetico più continentale, più diversificato e maggiormente integrato con la Russia.
In questo senso, il rapporto sino-russo potrebbe trasformarsi progressivamente da semplice convergenza strategica in una vera infrastruttura della sicurezza economica eurasiatica.
Il punto fondamentale non è dunque stabilire se la Cina possa fare completamente a meno del petrolio del Golfo, dell’Iran o del Venezuela. Nel breve e medio periodo non può. Il punto è capire se la perdita o la destabilizzazione di alcune di queste fonti sia sufficiente a interrompere la crescita cinese.
I dati e le dinamiche osservabili suggeriscono che la risposta non sia affatto scontata.
La Cina dispone di una capacità crescente di sostituzione e diversificazione. La Russia offre un’enorme riserva continentale di energia e materie prime. Le infrastrutture transfrontaliere sono in espansione. La cooperazione energetica bilaterale viene ulteriormente approfondita. E la vulnerabilità delle rotte marittime, soprattutto attraverso Hormuz, rende ancora più preziosa la possibilità di ricevere risorse dal nord.
Il vero campo di battaglia della competizione tra Stati Uniti e Cina potrebbe quindi non essere soltanto il Mar Cinese Meridionale, Taiwan, i semiconduttori o il commercio globale.
Potrebbe essere la geografia delle materie prime.
E in quella geografia la Russia occupa una posizione che nessuna potenza marittima può facilmente eliminare.
Per Pechino, Mosca rappresenta la possibilità di trasformare una parte della propria dipendenza energetica da vulnerabilità marittima in sicurezza continentale. Per Mosca, la Cina rappresenta il grande mercato capace di assorbire le risorse che l’Occidente cerca di escludere.
Da questa interdipendenza nasce una delle dinamiche geopolitiche più importanti del XXI secolo: quanto più il sistema internazionale viene frammentato in blocchi, sanzioni, guerre commerciali e conflitti energetici, tanto maggiore può diventare il valore strategico delle connessioni fisiche che sfuggono al controllo dell’avversario.
La Russia e la Cina possiedono proprio una di queste connessioni.
Ed è per questo che la partnership tra Mosca e Pechino appare destinata a essere valutata non soltanto come un’alleanza diplomatica o geopolitica, ma come una componente strutturale della sicurezza energetica e industriale cinese. La vera partita non riguarda semplicemente chi possiede più petrolio o più gas. Riguarda chi è in grado di garantire che quelle risorse continuino ad arrivare alle proprie industrie anche quando le rotte globali diventano oggetto di pressione strategica.
In questa prospettiva, il continente eurasiatico torna a occupare una posizione centrale nella competizione mondiale. E la Russia, grazie alla propria posizione geografica e alla propria dotazione di risorse, diventa per la Cina qualcosa di più di un partner: diventa una delle principali profondità strategiche attraverso le quali Pechino può ridurre il rischio che il controllo delle vie marittime si trasformi in un controllo della propria economia.
È questa la ragione per cui la pressione esercitata sulle fonti energetiche iraniane e venezuelane potrebbe produrre un effetto strategico inatteso: anziché spezzare il legame tra Cina e Russia, potrebbe contribuire a renderlo ancora più importante.
Non necessariamente perché Pechino e Mosca condividano una visione identica dell’ordine mondiale, ma perché condividono un interesse materiale fondamentale: mantenere aperto il grande spazio economico eurasiatico e impedire che l’accesso alle risorse, all’energia e alle infrastrutture possa essere trasformato in uno strumento di dipendenza unilaterale.
La questione energetica diventa così una questione geopolitica.
E la geopolitica, ancora una volta, torna a essere soprattutto geografia.