Russia e Occidente: la distanza storica oltre il comunismo e la Guerra Fredda

Perché la Russia è stata percepita come una realtà diversa dall’Occidente

La storia dei rapporti tra Russia e Occidente è una delle questioni più complesse della geopolitica europea. Per comprendere le tensioni che ancora oggi caratterizzano il rapporto tra Mosca, Europa e mondo occidentale, non è sufficiente partire dalla Rivoluzione bolscevica del 1917, dalla Guerra Fredda o dal crollo dell’Unione Sovietica nel 1991.

La domanda fondamentale è infatti un’altra: la Russia è diventata un’avversaria dell’Occidente a causa del comunismo oppure il comunismo ha semplicemente dato una forma ideologica moderna a una distanza geopolitica, culturale e strategica che esisteva già da secoli?

La questione è particolarmente interessante perché Russia e Occidente condividono moltissimi elementi. La Russia è una civiltà profondamente europea per storia, religione, letteratura, filosofia, arte e formazione politica. La sua élite ha parlato francese per secoli; Pietro il Grande guardò all’Europa per modernizzare l’impero; San Pietroburgo fu costruita come una vera e propria finestra russa sull’Europa; la cultura russa dell’Ottocento dialogò continuamente con quella francese, tedesca e italiana.

Eppure, contemporaneamente, la Russia è stata quasi sempre percepita come qualcosa di diverso.

Non completamente asiatica, ma neppure pienamente occidentale. Non estranea all’Europa, ma nemmeno assimilabile all’Europa occidentale. Europea per cultura, ma eurasiatica per dimensione territoriale, esperienza imperiale e struttura geopolitica.

Questa ambivalenza rappresenta probabilmente la chiave per comprendere il rapporto storico tra Russia e Occidente.

La Russia appartiene all’Europa?

La prima questione da affrontare riguarda l’identità stessa della Russia.

Dal punto di vista geografico, una parte della Russia è europea, mentre una parte enorme del territorio si estende in Asia. Dal punto di vista storico e culturale, tuttavia, la questione è molto più complessa.

La Russia nasce dalla Rus’ di Kiev, dalla cristianizzazione ortodossa del 988 e dalla progressiva formazione dei principati slavi orientali. La scelta del cristianesimo bizantino la collocò fin dall’inizio all’interno di una tradizione diversa da quella dell’Europa latina.

Questo elemento è fondamentale.

L’Europa occidentale medievale si sviluppò attorno alla Chiesa cattolica, al papato, al Sacro Romano Impero, al diritto romano rielaborato e a una pluralità di poteri politici. La Russia entrò invece nella sfera della cristianità ortodossa legata a Bisanzio.

Non si trattava di una differenza semplicemente religiosa.

La separazione tra cristianità latina e cristianità ortodossa contribuì a creare due diverse tradizioni politiche e culturali.

Quando nel 1054 si consumò quello che sarebbe stato ricordato come lo Scisma tra Chiesa occidentale e Chiesa orientale, il mondo russo non era ancora una grande potenza. Ma la sua collocazione religiosa avrebbe avuto conseguenze profonde nei secoli successivi.

La Russia si sviluppò quindi all’interno dell’Europa cristiana, ma al di fuori del principale percorso storico che avrebbe condotto alla formazione dell’Europa occidentale moderna.

Il trauma dell’invasione mongola

Un secondo elemento decisivo fu l’invasione mongola del XIII secolo.

La conquista mongola e la lunga subordinazione dei principati russi all’Orda d’Oro rappresentarono una cesura storica fondamentale.

Mentre l’Europa occidentale sviluppava progressivamente monarchie feudali, città autonome, corporazioni, università e una pluralità di centri di potere, la Russia viveva una particolare esperienza politica nella quale il rapporto tra territorio, autorità centrale, aristocrazia e potere militare assumeva caratteristiche differenti.

Naturalmente sarebbe semplicistico sostenere che la dominazione mongola abbia “creato” l’autocrazia russa.

La storia è molto più complessa.

Tuttavia, l’esperienza mongola contribuì alla formazione di una cultura politica nella quale la centralizzazione del potere, la funzione militare dello Stato e la necessità di controllare uno spazio territoriale enorme assunsero un’importanza straordinaria.

Quando Mosca iniziò a liberarsi progressivamente dall’influenza mongola e a costruire un proprio impero, ereditò quindi una particolare concezione del rapporto tra Stato e territorio.

La Russia non era semplicemente uno Stato europeo di grandi dimensioni.

Era progressivamente diventata un impero continentale.

Ed è proprio questa dimensione imperiale a rappresentare uno degli elementi fondamentali della sua futura distanza dall’Europa occidentale.

Mosca come “Terza Roma”

Dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453, la Russia sviluppò progressivamente l’idea di Mosca come erede della tradizione bizantina.

Il concetto di “Terza Roma” contribuì a rafforzare l’idea che Mosca possedesse una missione storica particolare.

Secondo questa concezione, Roma era caduta, Bisanzio era caduta e Mosca avrebbe rappresentato il nuovo centro della cristianità ortodossa.

Questa idea non deve essere interpretata semplicemente come una dottrina politica ufficiale e uniforme. Tuttavia, contribuì alla costruzione di una particolare identità russa.

La Russia poteva quindi percepirsi come parte dell’Europa cristiana e contemporaneamente come custode di una tradizione diversa da quella occidentale.

Questa ambivalenza sarebbe rimasta una caratteristica permanente della storia russa.

Pietro il Grande e il tentativo di diventare europea

Nel XVIII secolo Pietro il Grande tentò di trasformare radicalmente la Russia.

La sua politica rappresentò forse il più grande tentativo della storia russa di ridurre la distanza con l’Europa occidentale.

Pietro introdusse riforme militari, amministrative e culturali, favorì l’importazione di tecnologie occidentali, riorganizzò l’esercito e la marina e costruì San Pietroburgo, una nuova capitale affacciata sul Baltico.

San Pietroburgo non fu soltanto una nuova città.

Fu un progetto geopolitico.

Pietro voleva portare la Russia dentro il sistema europeo.

La Russia aveva bisogno di diventare una potenza europea per competere con Svezia, Polonia, Impero ottomano e potenze dell’Europa occidentale.

Da quel momento iniziò una delle grandi contraddizioni della storia russa.

La Russia cercava di diventare europea proprio mentre diventava una delle maggiori potenze imperiali d’Europa.

L’occidentalizzazione riguardava soprattutto le élite. La società russa rimaneva profondamente diversa da quella occidentale.

La Russia importava tecnologia, cultura militare, architettura e idee dall’Europa, ma non adottava automaticamente le stesse strutture politiche.

L’autocrazia rimaneva il principio fondamentale dello Stato.

Russia e Illuminismo: apertura e diffidenza

Nel XVIII secolo la Russia entrò sempre più profondamente nel sistema europeo.

Caterina II corrispondeva con filosofi illuministi e cercava di presentarsi come una sovrana europea moderna.

La cultura francese penetrò profondamente nelle aristocrazie russe.

La lingua francese divenne per lungo tempo la lingua delle élite.

Ma proprio questa occidentalizzazione produceva una domanda fondamentale: quanto poteva diventare occidentale la Russia senza smettere di essere Russia?

La questione sarebbe diventata centrale nel XIX secolo.

Gli intellettuali russi si divisero tra occidentalisti e slavofili.

Gli occidentalisti ritenevano che la Russia dovesse seguire il percorso europeo verso la modernizzazione.

Gli slavofili sostenevano invece che la Russia possedesse una propria identità storica, fondata sull’ortodossia, sulla comunità rurale e su una particolare concezione della società.

La contrapposizione tra occidentalisti e slavofili rappresenta uno dei primi grandi dibattiti moderni sull’identità russa.

Ed è sorprendente quanto questo dibattito sia ancora attuale.

Napoleone e la trasformazione della Russia in grande potenza europea

Le guerre napoleoniche modificarono profondamente il rapporto tra Russia ed Europa.

L’invasione napoleonica del 1812 rappresentò uno dei momenti decisivi della memoria storica russa.

La Russia riuscì non soltanto a respingere l’invasione, ma arrivò successivamente a Parigi.

Nel 1815 l’Impero russo era una delle principali potenze europee.

Ma proprio allora emerse una nuova contraddizione.

La Russia era diventata indispensabile per l’equilibrio europeo, ma contemporaneamente molte élite occidentali la consideravano una potenza autocratica, militarista e conservatrice.

Dopo il Congresso di Vienna, la Russia assunse un ruolo fondamentale nella restaurazione dell’ordine monarchico europeo. La sua politica conservatrice contribuì alla percezione della Russia come una sorta di “gendarme d’Europa”, impegnato a contrastare rivoluzioni e movimenti liberali.

La Russia era quindi contemporaneamente parte del concerto europeo e potenza percepita come estranea ai principi politici emergenti dell’Europa liberale.

La guerra di Crimea e la frattura con l’Europa occidentale

La Guerra di Crimea del 1853-1856 rappresentò una svolta.

Russia e Impero ottomano entrarono in conflitto, ma Francia e Gran Bretagna intervennero a fianco degli ottomani.

La guerra dimostrò che le principali potenze occidentali erano disposte a combattere direttamente contro la Russia per impedire che essa modificasse l’equilibrio strategico europeo.

La questione orientale aveva una dimensione geopolitica evidente: controllo del Mar Nero, accesso al Mediterraneo, equilibrio nei Balcani e declino dell’Impero ottomano.

Ma il conflitto ebbe anche una dimensione culturale.

In Europa occidentale si consolidò l’immagine della Russia come grande potenza autoritaria, militarmente minacciosa e interessata a espandersi verso sud e verso ovest.

La “questione russa” diventò quindi una questione permanente della geopolitica europea.

L’Impero russo e la paura dell’espansione

Nel corso dell’Ottocento l’espansione territoriale russa raggiunse dimensioni straordinarie.

L’Impero russo si estendeva dall’Europa orientale all’Oceano Pacifico.

La Russia entrava così in contatto con l’Impero britannico in Asia centrale, con l’Impero ottomano nel Caucaso e con la Cina e il Giappone in Estremo Oriente.

La sua dimensione territoriale produceva una caratteristica fondamentale della geopolitica russa: la sicurezza veniva concepita attraverso il controllo dello spazio.

Per molte potenze occidentali, invece, questa espansione appariva come una minaccia.

La Russia non era soltanto una potenza europea.

Era una potenza continentale capace di proiettarsi simultaneamente verso Europa, Medio Oriente, Caucaso, Asia centrale e Pacifico.

Questa particolare natura geopolitica rendeva difficile inserirla nel tradizionale equilibrio europeo.

Il 1917: il comunismo cambia la natura della contrapposizione

La Rivoluzione del 1917 modificò radicalmente la situazione.

Con la nascita dello Stato sovietico, la distanza tra Russia e Occidente assunse finalmente una forma ideologica assoluta.

Il problema non era più soltanto la rivalità tra grandi potenze.

Era diventato uno scontro tra due modelli politici, economici e sociali.

Da una parte il capitalismo liberale.

Dall’altra il comunismo sovietico.

La Rivoluzione bolscevica trasformò quindi una rivalità geopolitica preesistente in una contrapposizione ideologica globale.

Questo è un punto fondamentale.

Il comunismo non inventò necessariamente la diffidenza occidentale verso la Russia, ma la rese molto più radicale.

L’Unione Sovietica rappresentava infatti una sfida universale al sistema occidentale.

La contrapposizione non riguardava più soltanto i confini russi.

Riguardava il futuro dell’intero sistema internazionale.

La Guerra Fredda: quando la differenza diventa sistema

Dopo la Seconda guerra mondiale, la divisione raggiunse il massimo livello.

L’Europa venne divisa in due blocchi.

NATO e Patto di Varsavia rappresentavano due sistemi militari contrapposti.

Capitalismo e socialismo rappresentavano due sistemi economici differenti.

Democrazia liberale e partito unico rappresentavano due modelli politici antagonisti.

In questo contesto, la Russia divenne per l’Occidente il centro del “blocco sovietico”.

La percezione occidentale della Russia fu quindi inevitabilmente filtrata attraverso l’ideologia della Guerra Fredda.

Ma ancora una volta è necessario distinguere.

L’URSS non era semplicemente la Russia.

Comprendeva numerose repubbliche, popolazioni e identità.

Tuttavia, il potere politico e strategico sovietico era fortemente concentrato a Mosca e la continuità territoriale con l’antico impero russo contribuiva a far percepire l’Unione Sovietica come una trasformazione della potenza russa.

Il crollo dell’URSS avrebbe dovuto eliminare la distanza?

Nel 1991 accadde qualcosa che sembrava poter modificare definitivamente il rapporto tra Russia e Occidente.

L’Unione Sovietica crollò.

Il comunismo perse il potere.

Il sistema economico sovietico venne progressivamente smantellato.

La Russia adottò istituzioni democratiche e un’economia di mercato, almeno formalmente.

Perché allora la Russia non divenne definitivamente parte dell’Occidente?

Questa è probabilmente la domanda centrale dell’intera questione.

Negli anni Novanta esistevano certamente elementi di cooperazione molto importanti. La Russia entrò nel North Atlantic Cooperation Council nel 1991 e successivamente nel Partnership for Peace nel 1994. Nel 1997 NATO e Russia firmarono il Founding Act, nel quale dichiaravano di non considerarsi reciprocamente avversarie e stabilivano un quadro di consultazione e cooperazione.

Per un momento sembrò possibile costruire una nuova architettura di sicurezza europea nella quale la Russia sarebbe stata integrata.

Ma il progetto non si consolidò.

La questione NATO

Uno dei problemi fondamentali fu l’espansione della NATO verso est.

Per i paesi dell’Europa centrale e orientale, l’ingresso nella NATO rappresentava una garanzia contro il possibile ritorno della potenza russa.

Dal punto di vista russo, tuttavia, l’espansione dell’Alleanza rappresentava la progressiva perdita della profondità strategica acquisita dopo la Seconda guerra mondiale.

La questione non era quindi semplicemente ideologica.

Era geopolitica.

La NATO, nata durante la Guerra Fredda come alleanza destinata anche a contenere l’espansione sovietica, si trasformava dopo il 1991 e iniziava ad allargarsi verso est. Il Dipartimento di Stato americano riconosce che l’espansione fu oggetto di un intenso dibattito negli anni Novanta e che una delle principali preoccupazioni riguardava proprio l’effetto dell’allargamento sui rapporti con Mosca.

Il problema era quindi evidente: l’Occidente considerava l’allargamento un processo di stabilizzazione e democratizzazione dell’Europa orientale; la Russia lo interpretava sempre più come una riduzione della propria sicurezza strategica e del proprio status.

Questa divergenza di percezioni sarebbe diventata decisiva.

Il problema del “posto della Russia” in Europa

Esisteva però una questione ancora più profonda.

Che cosa significava esattamente “integrare la Russia nell’Occidente”?

Significava trasformarla in una democrazia liberale simile alle democrazie dell’Europa occidentale?

Significava inserirla nell’Unione Europea?

Significava eventualmente farla entrare nella NATO?

Oppure significava riconoscere la Russia come una grande potenza autonoma, con una propria sfera di interessi e una propria identità geopolitica?

Queste domande non ricevettero mai una risposta definitiva.

Ed è probabilmente qui che emerge la vera natura del problema.

La difficoltà non riguardava soltanto il sistema politico russo.

Riguardava la dimensione della Russia.

Una Russia democratica, ricca e integrata nei mercati occidentali sarebbe rimasta comunque una potenza continentale enorme, dotata di arsenale nucleare, risorse energetiche immense, profondità strategica e interessi propri in Europa orientale, Caucaso, Asia centrale e Pacifico.

In altre parole, anche una Russia non comunista avrebbe continuato a essere una grande potenza con una propria logica geopolitica.

Il ritorno della geopolitica

Negli anni Duemila la crisi del rapporto diventò progressivamente più evidente.

La Russia di Vladimir Putin iniziò a rivendicare con maggiore forza il proprio status di grande potenza.

Mosca non accettava più l’idea di un ordine internazionale nel quale il ruolo della Russia fosse subordinato a quello degli Stati Uniti.

Le tensioni aumentarono intorno all’espansione NATO, alla politica occidentale nei Balcani, alla guerra in Iraq, alle cosiddette “rivoluzioni colorate”, al Caucaso e successivamente all’Ucraina.

Il conflitto russo-georgiano del 2008 rappresentò un importante punto di svolta.

La crisi ucraina del 2014 e soprattutto la guerra su larga scala iniziata nel 2022 hanno portato il rapporto a un livello di conflittualità senza precedenti dalla fine della Guerra Fredda.

Oggi NATO e Russia descrivono le proprie relazioni come estremamente deteriorate; l’Alleanza definisce il rapporto come al livello più basso dalla Guerra Fredda.

È davvero il comunismo il problema?

A questo punto possiamo tornare alla domanda iniziale.

Il comunismo era realmente ciò che separava la Russia dall’Occidente?

La risposta più corretta è: in parte sì, ma non completamente.

Il comunismo rappresentò una frattura ideologica enorme.

Senza il comunismo, probabilmente la contrapposizione del XX secolo non avrebbe assunto la stessa intensità.

Ma la storia precedente dimostra che la Russia aveva già sviluppato una relazione ambivalente con l’Europa.

Prima del 1917 la Russia era monarchica e cristiana, non comunista.

Eppure aveva già combattuto contro potenze occidentali, aveva provocato timori strategici in Gran Bretagna e Francia, era stata percepita come una potenza autoritaria e aveva sviluppato una propria concezione dell’ordine europeo.

Questo dimostra che il problema non può essere ridotto al comunismo.

Ma esiste anche una responsabilità russa

Sarebbe tuttavia altrettanto semplicistico sostenere che tutta la distanza sia stata costruita dall’Occidente.

La Russia ha storicamente sviluppato una propria cultura strategica caratterizzata dalla centralizzazione del potere, dalla priorità della sicurezza dello Stato, dalla profondità territoriale e dalla convinzione che le grandi potenze abbiano diritto a uno spazio strategico circostante.

Questa cultura ha prodotto comportamenti che molte società occidentali hanno percepito come minacciosi.

La questione non è quindi stabilire chi abbia “iniziato” la diffidenza.

La vera questione è capire come due differenti concezioni della sicurezza europea siano entrate ripetutamente in collisione.

Da un lato, molte potenze occidentali hanno sostenuto il principio secondo cui ogni Stato europeo deve essere libero di scegliere le proprie alleanze.

Dall’altro, Mosca ha storicamente considerato la propria sicurezza inseparabile dall’assetto geopolitico dei territori circostanti.

Sono due principi difficili da conciliare.

La Russia è europea o eurasiatica?

Forse la risposta più corretta è che la Russia è entrambe le cose.

È europea per una parte fondamentale della sua cultura.

È europea per la religione cristiana, per la letteratura, per la filosofia, per la musica, per l’arte, per la storia diplomatica e per il ruolo svolto nei grandi conflitti europei.

Ma è anche eurasiatica per geografia, dimensione territoriale, esperienza imperiale, rapporti con il mondo asiatico e particolare concezione strategica dello spazio.

Questa doppia natura ha prodotto una civiltà politica originale.

È significativo che già nel XX secolo l’Eurasianismo proponesse una visione della Russia come civiltà distinta sia dall’Europa occidentale sia dall’Asia propriamente detta. Il movimento eurasiatista nacque tra intellettuali russi emigrati dopo la guerra civile e sviluppò l’idea di una specifica identità storico-politica eurasiatica.

Questa corrente intellettuale dimostra che l’idea della Russia come civiltà distinta dall’Occidente non è una costruzione esclusivamente contemporanea.

Una diffidenza reciproca

Il rapporto Russia-Occidente può quindi essere interpretato come una storia di diffidenza reciproca.

L’Occidente ha spesso temuto una Russia troppo potente.

La Russia ha spesso temuto un Occidente troppo vicino ai propri confini.

L’Occidente ha interpretato l’espansione russa come imperialismo.

La Russia ha interpretato l’espansione occidentale verso est come accerchiamento.

L’Occidente ha visto l’autocrazia russa come incompatibile con il liberalismo.

La Russia ha spesso percepito il liberalismo occidentale come uno strumento attraverso il quale le potenze straniere potevano intervenire nei suoi affari interni.

Questa reciproca diffidenza ha attraversato regimi politici completamente differenti.

È sopravvissuta all’impero zarista.

È stata radicalizzata dal bolscevismo.

È stata congelata dalla Guerra Fredda.

È riemersa dopo il 1991.

E continua ancora oggi.

Il paradosso storico della Russia

Il grande paradosso della storia russa è quindi il seguente.

La Russia è abbastanza europea da non poter essere considerata una civiltà completamente separata dall’Europa, ma abbastanza diversa e potente da non essere facilmente assimilabile al modello occidentale.

Questa posizione intermedia ha prodotto una tensione permanente.

La Russia ha cercato più volte di entrare nell’Europa: con Pietro il Grande, con Caterina II, dopo Napoleone, durante alcune fasi della diplomazia zarista, dopo il 1991.

Ma ogni tentativo di integrazione ha incontrato il problema della sua identità geopolitica.

La Russia non è semplicemente un grande paese europeo.

È una potenza continentale che si estende tra Europa e Asia.

E proprio questa caratteristica rende difficile inserirla in un sistema costruito sulla centralità dell’Europa occidentale e successivamente degli Stati Uniti.

Il 1991 non ha cancellato la storia precedente

Il crollo dell’URSS avrebbe potuto rappresentare una cesura definitiva.

Ma il 1991 non cancellò né la geografia né la storia.

La Federazione Russa ereditò gran parte del territorio, dell’arsenale nucleare, delle infrastrutture strategiche e della cultura geopolitica dell’Unione Sovietica.

Ma ereditò anche una memoria imperiale molto più antica.

Per questo motivo, la fine del comunismo non poteva automaticamente trasformare la Russia in un Paese occidentale.

Cambiare il sistema economico e politico non significa necessariamente cambiare la posizione geopolitica di uno Stato.

Una Russia capitalista rimane una grande potenza eurasiatica.

Una Russia democratica rimane una grande potenza eurasiatica.

Una Russia non comunista rimane una grande potenza eurasiatica.

Ed è proprio questo il punto fondamentale.

La vera frattura è ideologica o geopolitica?

La risposta definitiva alla domanda iniziale deve quindi essere articolata.

Il comunismo fu una delle principali cause della separazione tra Russia e Occidente nel XX secolo, ma non fu l’origine della distanza storica tra Russia e Occidente.

Quella distanza era precedente.

Affondava le proprie radici nella separazione religiosa tra cristianità latina e ortodossa, nella particolare formazione dello Stato russo, nell’eredità bizantina, nell’esperienza mongola, nella costruzione dell’impero, nella centralizzazione politica e soprattutto nella straordinaria dimensione geografica della Russia.

Il comunismo trasformò questa distanza in una contrapposizione ideologica globale.

La Guerra Fredda la istituzionalizzò.

Il crollo dell’URSS eliminò la componente ideologica più radicale, ma non eliminò la questione geopolitica fondamentale.

Ed è proprio per questo che il rapporto tra Russia e Occidente è tornato a essere conflittuale anche dopo la fine del comunismo.

La questione centrale non è dunque soltanto “democrazia contro autoritarismo”, né semplicemente “capitalismo contro comunismo”.

È anche la questione del posto della Russia nell’ordine europeo e mondiale.

L’Occidente può considerare la Russia uno Stato europeo come gli altri?

Oppure deve riconoscerla come una grande potenza eurasiatica dotata di una propria identità strategica?

E, specularmente, la Russia può accettare un’Europa nella quale ogni Stato abbia piena libertà di scegliere alleanze e orientamenti strategici, anche quando queste scelte incidono direttamente sulla sicurezza russa?

Queste due concezioni rimangono difficili da conciliare.

La storia degli ultimi secoli suggerisce quindi che la distanza tra Russia e Occidente non sia stata prodotta esclusivamente dal comunismo.

Il comunismo è stato una fase della contrapposizione; la questione russa è molto più antica.

La Russia è stata percepita come “altra” non perché fosse semplicemente non europea, ma proprio perché rappresentava una particolare forma di Europa: un’Europa orientale, ortodossa, imperiale, continentale ed eurasiatica, capace di assorbire elementi occidentali senza trasformarsi completamente in una potenza occidentale.

Questo spiega anche perché la fine dell’URSS non abbia prodotto automaticamente una piena integrazione della Russia nel sistema occidentale.

Il problema, in definitiva, non era soltanto quale sistema politico ed economico governasse Mosca.

Era — ed è tuttora — quale ruolo debba occupare la Russia nella struttura del potere europeo e mondiale.

Ed è forse proprio questa la domanda geopolitica fondamentale che attraversa tutta la storia moderna: non se la Russia appartenga o meno all’Europa, ma quale Europa possa esistere quando al suo interno è presente una potenza delle dimensioni territoriali, militari, demografiche, energetiche e strategiche della Russia.

La risposta a questa domanda non è stata ancora trovata.

Ed è per questo che, a oltre trent’anni dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica e dalla fine del comunismo, il rapporto tra Russia e Occidente continua a essere uno dei problemi centrali della geopolitica contemporanea.