USA, Iran e Medio Oriente: il ritorno del “divide et impera” e la nuova sfida geopolitica tra sunniti e sciiti

Il Medio Oriente come grande scacchiere della competizione globale

Il Medio Oriente continua a rappresentare uno dei principali teatri della competizione geopolitica mondiale. La sua importanza non deriva soltanto dalla presenza di immense risorse energetiche, ma dalla posizione geografica che collega Mediterraneo, Oceano Indiano, Asia centrale, Mar Rosso e Golfo Persico. Controllare, influenzare o condizionare questo spazio significa avere un ruolo decisivo nell’equilibrio economico e strategico internazionale.

In questo contesto, il rapporto tra Stati Uniti e Iran rappresenta uno dei nodi centrali della politica internazionale contemporanea. Washington considera da decenni la Repubblica Islamica un elemento destabilizzante per l’ordine regionale costruito intorno alle alleanze americane con Israele e con diverse monarchie arabe del Golfo. Teheran, al contrario, interpreta la presenza militare statunitense nella regione come una forma di accerchiamento strategico e considera la propria sicurezza inseparabile dalla capacità di costruire una profondità geopolitica attraverso alleanze, partner regionali e rapporti con grandi potenze eurasiatiche.

La situazione attuale presenta inoltre una caratteristica nuova rispetto al passato: l’Iran non è più isolato nello stesso modo in cui lo era alcuni decenni fa. La crescente integrazione economica con la Cina, i rapporti strategici con la Russia, l’appartenenza a organizzazioni come BRICS e Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e la capacità di sviluppare una significativa industria missilistica e dronica hanno modificato profondamente il quadro.

La Cina ha sviluppato con Teheran una relazione economica, diplomatica e strategica sempre più importante, pur evitando di trasformarla in una vera alleanza militare. Pechino rimane inoltre attentissima ai rapporti con Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e altri partner del Golfo.

È proprio questa trasformazione che rende necessario interrogarsi su una domanda fondamentale: gli Stati Uniti stanno cercando di applicare nuovamente in Medio Oriente una logica di divide et impera, favorendo un equilibrio nel quale gli Stati sunniti vengano spinti a percepire l’Iran come la principale minaccia regionale?

La risposta richiede cautela. Non esiste necessariamente un unico piano segreto e centralizzato. Esiste però una lunga tradizione della strategia americana di balance of power, nella quale alleanze, deterrenza, vendita di armamenti, presenza militare e cooperazione con potenze regionali vengono utilizzate per impedire che un singolo attore conquisti una posizione egemonica.

Il principio del divide et impera nella storia geopolitica

Il principio del “divide et impera” è molto più antico degli Stati Uniti. Gli imperi utilizzarono frequentemente rivalità locali, differenze etniche, religiose, economiche e politiche per impedire la formazione di coalizioni sufficientemente forti da minacciare il centro del potere.

Nel caso del Medio Oriente moderno, tuttavia, il concetto deve essere utilizzato con precisione.

La regione non è semplicemente divisa tra sunniti e sciiti. Le monarchie sunnite possiedono interessi differenti e talvolta concorrenti. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Bahrein, Giordania e altri Stati non condividono necessariamente la stessa visione strategica.

Anche l’Iran non rappresenta un blocco monolitico. La sua politica estera combina ideologia, sicurezza nazionale, interessi economici, identità storica persiana e ambizioni regionali.

La contrapposizione sunnita-sciita costituisce quindi una dimensione reale, ma non sufficiente a spiegare l’intera geopolitica mediorientale.

Eppure proprio questa frattura può essere utilizzata dalle grandi potenze come uno degli strumenti attraverso cui costruire coalizioni e sistemi di deterrenza.

L’Iran come principale sfidante dell’ordine regionale americano

Per comprendere la strategia americana occorre partire dalla posizione dell’Iran.

La Repubblica Islamica possiede una caratteristica geopolitica straordinaria: si trova al centro di uno degli spazi strategici più importanti del pianeta.

A nord confina con il Caucaso e l’Asia centrale; a est guarda verso Afghanistan e Pakistan; a ovest verso Iraq e Levante; a sud dispone di un accesso diretto al Golfo Persico e al Golfo di Oman.

Questa posizione permette a Teheran di interagire simultaneamente con Medio Oriente, Eurasia e Oceano Indiano.

A ciò si aggiungono enormi risorse energetiche, una popolazione numerosa, una base industriale significativa e una capacità militare costruita progressivamente attraverso decenni di sanzioni.

Il punto fondamentale è proprio questo: le sanzioni occidentali non hanno impedito all’Iran di sviluppare una considerevole autonomia nel settore missilistico, dei droni e di numerose tecnologie militari.

L’Iran ha inoltre costruito una rete di relazioni con attori non statali e partner regionali che gli consente di proiettare influenza oltre i propri confini.

Per Washington, quindi, il problema iraniano non coincide semplicemente con la questione nucleare.

È una questione di equilibrio regionale.

Un Iran economicamente integrato con l’Asia, militarmente capace di minacciare le infrastrutture strategiche del Golfo e diplomaticamente sostenuto da grandi potenze eurasiatiche rappresenta un problema molto più complesso rispetto all’Iran isolato degli anni precedenti.

La costruzione del fronte sunnita

È in questo quadro che assume particolare importanza il rapporto tra Stati Uniti e monarchie sunnite.

Per decenni Washington ha costruito una vasta rete di cooperazione militare con Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein e altri Stati regionali.

Basi militari, sistemi missilistici, intelligence, cooperazione navale, difesa aerea e vendita di armamenti hanno creato una struttura di sicurezza nella quale gli Stati Uniti rappresentano il principale garante esterno.

La logica strategica è relativamente semplice: impedire che l’Iran acquisisca una posizione dominante nel Golfo.

Questa politica può essere interpretata attraverso la teoria dell’equilibrio di potenza.

Invece di cercare necessariamente di eliminare l’avversario, una grande potenza può impedire che esso diventi abbastanza forte da dominare il sistema regionale.

Il risultato è una configurazione nella quale gli Stati Uniti mantengono un ruolo di arbitro e garante della sicurezza.

Ed è proprio qui che la logica del “divide et impera” può diventare una chiave interpretativa.

Se gli Stati regionali percepiscono l’Iran come la principale minaccia, hanno un incentivo a mantenere una stretta cooperazione con Washington.

Più forte appare la minaccia iraniana, maggiore può essere la domanda di sicurezza americana.

Ma il sistema sta cambiando

Il problema per gli Stati Uniti è che il Medio Oriente del XXI secolo non è più quello della Guerra fredda.

Le monarchie del Golfo stanno perseguendo una politica estera sempre più autonoma.

Arabia Saudita, Emirati e Qatar hanno sviluppato relazioni contemporaneamente con Washington, Pechino, Mosca e altre potenze.

La Cina è diventata un partner economico fondamentale per numerosi Stati mediorientali.

Pechino importa grandi quantità di energia dalla regione e ha interesse vitale alla stabilità delle rotte commerciali.

Questo significa che la Cina non può permettersi di considerare il Medio Oriente esclusivamente attraverso la lente del confronto americano-iraniano.

La posizione cinese è quindi molto più pragmatica.

Secondo analisi recenti, Pechino ha cercato di sostenere diplomaticamente Teheran senza assumere un obbligo formale di difesa dell’Iran e contemporaneamente ha cercato di preservare i propri rapporti economici con le monarchie del Golfo.

Questo elemento è fondamentale.

La Cina non vuole necessariamente sostituire gli Stati Uniti come potenza militare dominante nel Golfo.

Vuole soprattutto evitare che l’ordine regionale impedisca l’espansione dei propri interessi economici e strategici.

Russia e Iran: una partnership diversa da un’alleanza

Anche il rapporto tra Russia e Iran deve essere analizzato senza semplificazioni.

Mosca e Teheran condividono interessi strategici importanti: opposizione all’egemonia americana, cooperazione energetica, rapporti militari, interesse per il Caucaso e per l’Asia centrale.

Tuttavia, Russia e Iran non sono semplicemente due componenti di un blocco perfettamente integrato.

La Russia possiede interessi propri nel Medio Oriente e deve considerare anche i rapporti con Turchia, Israele, monarchie arabe e altri attori regionali.

Inoltre, la guerra in Ucraina assorbe una parte enorme delle risorse militari russe.

Le analisi disponibili nel 2026 indicano infatti che Mosca e Pechino hanno sostenuto diplomaticamente Teheran, ma non sono intervenute in modo equivalente a quello che sarebbe richiesto da una vera alleanza militare.

Questa distinzione è essenziale perché permette di evitare una rappresentazione eccessivamente semplicistica dell’asse Russia-Cina-Iran.

Il vero punto di forza iraniano: la resilienza

Se esiste un elemento che ha sorpreso molti osservatori, è la capacità iraniana di resistere alla pressione economica e militare.

Per anni le sanzioni sono state concepite come uno strumento destinato a isolare progressivamente l’economia iraniana.

Ma l’Iran ha sviluppato meccanismi di adattamento.

Una parte significativa delle esportazioni energetiche iraniane è stata progressivamente orientata verso l’Asia, soprattutto verso la Cina.

Contemporaneamente, Teheran ha cercato di utilizzare accordi bilaterali, valute alternative, reti commerciali informali e strutture finanziarie capaci di ridurre la dipendenza dai circuiti dominati dagli Stati Uniti.

La Cina rappresenta in questo senso un elemento fondamentale.

Secondo la U.S.-China Economic and Security Review Commission, la relazione sino-iraniana si è trasformata in un partenariato che comprende dimensioni economiche, diplomatiche e di sicurezza; Pechino ha inoltre contribuito ad attenuare l’isolamento internazionale iraniano.

Questo non significa che l’Iran sia economicamente prospero.

Al contrario, l’economia iraniana continua a essere gravemente penalizzata dalle sanzioni, dall’inflazione, dalle difficoltà finanziarie e dalla ridotta integrazione con i mercati occidentali.

La vera sorpresa riguarda piuttosto la capacità di sopravvivere e continuare a produrre potere geopolitico nonostante l’isolamento.

La guerra economica come strumento geopolitico

Il caso iraniano dimostra inoltre che le sanzioni possono produrre effetti paradossali.

Da una parte indeboliscono l’economia dell’obiettivo.

Dall’altra possono spingere il paese sanzionato verso nuovi partner.

L’Iran ha progressivamente sviluppato una strategia orientata verso Est.

La Cina rappresenta il principale sbocco energetico.

La Russia costituisce un partner strategico e militare.

L’ingresso nei BRICS e nella Shanghai Cooperation Organisation rafforza inoltre la collocazione dell’Iran all’interno di reti internazionali alternative.

Non significa che queste organizzazioni costituiscano un blocco militare antiamericano.

Significa però che l’Iran dispone oggi di una rete di relazioni molto più ampia rispetto a quella di alcuni decenni fa.

Ed è proprio questa rete che rende più difficile applicare una strategia di isolamento totale.

Il Golfo Persico come centro della partita

Al centro della competizione rimane il Golfo Persico.

La ragione è evidente: energia e commercio globale.

Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei principali chokepoint energetici del pianeta.

La sua importanza è tale che qualsiasi crisi tra Stati Uniti e Iran produce immediatamente conseguenze sui mercati energetici e sulle rotte commerciali.

Gli eventi del 2026 hanno dimostrato ancora una volta quanto la questione sia strategica. Le tensioni nello Stretto hanno provocato forti ripercussioni sui flussi energetici globali e hanno spinto diversi Stati regionali a cercare nuove forme di sicurezza collettiva.

È significativo che proprio nell’agosto 2026 Arabia Saudita, Turchia e Pakistan abbiano annunciato un accordo di difesa collettiva, segnalando una crescente ricerca di strumenti regionali di sicurezza.

Questo sviluppo dimostra una trasformazione importante.

Gli Stati regionali non sembrano più voler dipendere completamente da una sola potenza esterna.

Il paradosso del divide et impera

Ed è qui che emerge il grande paradosso della strategia americana.

Una politica fondata sul bilanciamento delle potenze può essere efficace nel breve periodo, ma può produrre conseguenze impreviste nel lungo periodo.

Se gli Stati sunniti vengono spinti a considerare l’Iran come una minaccia esistenziale, possono rafforzare la propria dipendenza dagli Stati Uniti.

Ma se contemporaneamente Washington perde credibilità come garante assoluto della sicurezza regionale, gli stessi Stati possono iniziare a diversificare i propri rapporti.

Il risultato potrebbe essere esattamente l’opposto di quello desiderato.

Invece di consolidare un sistema regionale centrato sugli Stati Uniti, la pressione americana potrebbe accelerare la formazione di un Medio Oriente multipolare.

Arabia Saudita guarda a Washington ma anche a Pechino.

Gli Emirati sviluppano rapporti con Stati Uniti, Cina e India.

L’Iran rafforza i legami con Cina e Russia.

La Turchia mantiene rapporti con NATO, Russia, Cina e mondo islamico.

Il Medio Oriente sta quindi diventando un sistema nel quale nessun attore può più essere facilmente inserito in un unico blocco.

La grande variabile cinese

La Cina potrebbe essere il principale beneficiario di questa trasformazione.

Pechino non ha bisogno di conquistare militarmente il Medio Oriente.

Le basta diventare il principale partner commerciale, energetico e infrastrutturale.

Questa strategia è profondamente diversa da quella americana.

Gli Stati Uniti hanno costruito gran parte della propria influenza regionale attraverso la sicurezza militare.

La Cina tende invece a costruire influenza attraverso commercio, infrastrutture, investimenti, energia e diplomazia.

La differenza tra i due modelli potrebbe diventare decisiva nel lungo periodo.

Se il Medio Oriente continua a integrarsi economicamente con l’Asia, la centralità strategica americana potrebbe progressivamente diminuire anche senza una sconfitta militare degli Stati Uniti.

L’Iran come ponte tra Medio Oriente ed Eurasia

Il vero significato geopolitico dell’Iran emerge quindi dalla sua posizione di collegamento.

L’Iran può essere contemporaneamente potenza mediorientale, attore del Golfo Persico e componente della crescente integrazione eurasiatica.

Questa caratteristica lo rende particolarmente importante per Cina e Russia.

Per Pechino, l’Iran rappresenta un importante fornitore energetico e un nodo potenziale delle connessioni terrestri e marittime tra Asia e Medio Oriente.

Per Mosca, Teheran costituisce un partner nel Caucaso meridionale, nel Mar Caspio e nell’architettura geopolitica eurasiatica.

Per Washington, invece, un Iran pienamente integrato nell’economia eurasiatica rappresenterebbe un problema strategico perché ridurrebbe l’efficacia delle politiche di isolamento.

Una nuova guerra fredda mediorientale?

La situazione attuale non deve però essere descritta come una semplice nuova Guerra fredda.

Le relazioni internazionali contemporanee sono molto più fluide.

Un paese può essere contemporaneamente partner economico e rivale strategico.

La Cina può cooperare con l’Iran e contemporaneamente mantenere rapporti profondi con Arabia Saudita ed Emirati.

La Russia può collaborare con Teheran e contemporaneamente dialogare con le monarchie arabe.

Gli Stati Uniti possono essere alleati di Israele e delle monarchie del Golfo e contemporaneamente cercare negoziati con l’Iran.

La geopolitica del XXI secolo è caratterizzata proprio da questa sovrapposizione di interessi.

Il rischio che il divide et impera produca un Medio Oriente multipolare

La politica americana in Medio Oriente può essere interpretata, almeno in parte, attraverso la logica del divide et impera: mantenere un equilibrio nel quale l’Iran non possa diventare egemone e nel quale gli Stati sunniti continuino a considerare la cooperazione con Washington come elemento essenziale della propria sicurezza.

Questa strategia non deve però essere interpretata necessariamente come un complotto o come l’esistenza di un unico progetto segreto.

È più corretto considerarla come una tradizionale politica di equilibrio di potenza.

Il problema è che il sistema internazionale nel quale questa strategia è stata concepita sta rapidamente cambiando.

L’Iran ha dimostrato una capacità di resilienza superiore alle aspettative di molti analisti. La Cina ha trasformato il rapporto con Teheran in una partnership economica e diplomatica significativa, pur mantenendo una politica prudente sul piano militare. La Russia continua a considerare l’Iran un partner strategico, anche se le sue capacità di sostegno diretto sono condizionate dalla guerra in Ucraina.

Contemporaneamente, le monarchie del Golfo stanno cercando maggiore autonomia strategica.

Questo potrebbe trasformare profondamente la geopolitica regionale.

Il paradosso è che una strategia nata per impedire la nascita di un blocco regionale antiamericano potrebbe contribuire involontariamente alla nascita di qualcosa di diverso: un Medio Oriente multipolare, nel quale Stati Uniti, Cina, Russia, Iran, Turchia e monarchie arabe competono e collaborano contemporaneamente.

Il punto decisivo non sarà quindi stabilire semplicemente se Washington riuscirà a “contenere” Teheran.

La vera domanda sarà se gli Stati Uniti riusciranno a conservare la propria centralità mentre l’Iran si integra sempre più profondamente nelle reti economiche e strategiche eurasiatiche.

Se questa integrazione continuerà, la questione iraniana potrebbe assumere un significato molto più ampio della semplice rivalità tra Washington e Teheran.

Potrebbe diventare uno dei principali indicatori della transizione dall’ordine unipolare americano verso un sistema internazionale realmente multipolare.

E proprio qui risiede la grande lezione geopolitica del Medio Oriente contemporaneo: chi tenta di dividere gli altri per conservare il proprio equilibrio deve sempre considerare il rischio che, nel frattempo, gli altri imparino a costruire un equilibrio alternativo.